{La frase che ha cambiato l’intero corso di una storia}

{Una introduzione ad un Racconto}

 [Amare]

 Il giorno in cui ho l’ho incontrato il cielo era in tempesta. Mi ero levata presto e camminavo sul ciglio della strada diretta verso Est. Non aveva realmente importanza dove. Era una mattina cupa quasi sera e tutto sembrava flemmatico e indolente sotto la pioggia che di li’ a poco avrebbe iniziato a cascare rapida. Quasi a stento riuscii a trovare un riparo di fortuna sotto una tettoia e ci manco’ poco che mi bagnassi completamente. Grosse gocce incuranti, come piccole meteore infiammate d’acqua, avevano iniziato a battere pesantemente su qualunque cosa capitasse loro a tiro. Nella fretta della corsa, mi accorsi solo nel momento in cui scoprii i miei piedi ricoperti di sabbia, che avevo finito per ritrovarmi su di una spiaggia. La sabbia mi era familiare, conoscevo quella del deserto, ma era la prima volta che vedevo una spiaggia con i miei occhi. 10451071_10203127534861772_6509933504436689969_n

Fu quel giorno, diversi mesi dopo aver scoperto di possedere due gambe ed essere partita per quel lungo viaggio per le vie del mondo, che scoprii di avere un cuore. E che capii che il mio cuore ha anche una testa. Durissima. Quel giorno in cui lo vidi la prima volta. Piu’ precisamente nell’ attimo in cui mi accorsi che anche lui stava guardando nella mia direzione io mi sentii quasi sciogliere. Non era la pioggia, era come se mi sciogliessi da dentro. Stava la’ sotto quel diluvio. Stava la’ da solo e cantava. La sua voce, in quel momento, fu per me come un richiamo. Ecco ho trovato: era come qualcosa che gia’ conoscevo ma che mi ero dimenticata di sapere. Lui intonava una melodia nubilosa quando mi noto’.  Stordita, mi feci coraggio (“del resto, ero arrivata fin la’!”). Da lontano, sotto la tettoia, intanto che la pioggia cadeva, io mi schiarii’ la voce e gli chiesi quale fosse il suo nome. Dovetti ripeterlo piu’ volte perche’ la distanza affievoliva la mia voce mentre il vento sapeva urlare piu’ forte e portava via le mie parole; o forse era la mia voce ad essere troppo incerta, flebile e tremolante (nonostante fossi arrivata fin la’…). Per un istante mi sentii come la piccola fiammella di una candela che vacilla nella corrente; indecisa se spegnersi o se continuare a bruciare piu’ forte. Al terzo tentativo pensai che fosse inutile, che non potesse di certo sentirmi. O forse, ancora peggio, che non gli interessasse granche’ curarsi di me. Del resto perche’ avrebbe dovuto?

Ma rispose. Nel vento, mi parse dire “Amare”. Nonostante ormai avessi visto tante vie del mondo era la prima volta che sentivo un nome cosi’ esotico. In quel momento ancora non sapevo che quello stesso vento mi aveva fatto mal intendere una vocale. Io comunque, anche quando, lui chiari’ l’equivoco, continuai a chiamarlo Amare, per tutto il tempo che mi diede. Perche’ l’avevo incontrato come Amare e per me sarebbe rimasto Amare per sempre. Era il mio nome per lui. La mia personale via per raggiungerlo.

A quel tempo, comunque, io ancora pensavo a come mettermi al riparo. All’inizio, quando ancora lo potevo vedere solo da lontano lo scrutavo curiosa ma incerta. Sembrava misterioso ma anche sconfinato e quindi pericoloso. Nonostante cio’, quando schiari’ ricordo che mi sedetti accanto a lui. Aveva un modo di muoversi che mi ipnotizzava e ricordo che capii sin da subito che dovevo prestare attenzione se volevo sentire il suono della sua risata. Era quasi silenziosa, fatta di bollicine. Piccoli diamanti di shiuma che scoppiavano d’improvviso. Quando accadeva che ridesse io non potevo fare null’altro che stare la’ e farmi investire da quell’aria pungente, vivace e sbarazzina che aveva. Ma sapeva anche essere acre, malinconico e cupo. Erano quelli i momenti in cui cantava. Forse fu gia’ allora, quando lo sentii cantare la prima volta, che capii chi era Amare. Ogni mattina scendevo in spiaggia e andavo a trovarlo. Divenne un tacito appuntamento fisso. Ogni mattina lui mi aspettava la’ ed io sedevo accanto a lui su di uno scoglio, in quello che era diventato in nostro luogo. Riuscivo a capire gia’ da lontano, da come si muoveva, di che umore sarebbe stato. Era incostante e un po’ lunatico. Scoprii in breve tempo che era capace della piu’ profonda quiete; e dalla calma sapeva passare alla tempesta con un soffio di vento. Passammo diversi giorni l’uno in compagnia dell’altra. Ci raccontammo moltissimo. Sin da subito ci scambiammo le nostre storie con l’initmita’ di due amanti eppure, in tutto quel tempo, non ci sfiorammo mai. Io gli parlai del mio deserto di sale, dei miei viaggi, dei posti che avevo visto, delle persone che avevo incontrato. Lui mi racconto’ delle spiagge che aveva visitato, di quelle che intendeva visitare. Aveva l’anima da sognatore fatta per vedere orizzonti lontani. Per questo era un vagabondo, incostante incapace di stare fermo troppo a lungo. Era sempre in balia delle correnti. A prima vista sarebbe potuto sembrare inaffidabile, ma capii che dovevi solo aveva accortezza e pazienza d’imparare a conoscerlo. Era anche lui in grado di essere attento e premuroso. Ricordo la cura e la delicatezza con cui mi racconto’ delle abitudini dei gabbiani. La passione che ci mise quando mi parlo’ dei pesci, dei coralli, delle danze delle alghe. Spesso inveiva contro i “pescatori scellerati”; e talvolta si divertiva persino a prepar loro dispetti di cui poi di nascosto osservava soddisfatto le reazioni, ridacchiando tra se e se. In quei momenti sembrava un bambino un po’ briccone. Non saprei proprio spiegarvi come in lui si riuscissero a conciliare questo suo aspetto da dispettoso furfante con la sua capacita’ di sembrare al tempo stesso maestoso e composto come il sovrano di un regno; eppure non c’era nota che stonava nel pentagramma della sua natura, tutto fluiva armonico tra toni alti e bassi, acuti e gravi. Era generoso oltre ogni misura. Ogni giorno mi porgeva un regalo. Ed io arrossivo di gratitudine. Si trattava ogni mattina di un dono diverso da quello del giorno precedente. Talvolta era un guscio di vongola con l’interno di madre perla. Talvolta mi offriva un sasso tondo dagli intarsi colorati. Talvolta magari mi faceva dono di un vero e proprio piccolo tesoro sommerso: la lente di un occhiale, il fondo di una bottiglia di vetro, un tappo di plastica… E per ogni cosa mi raccontava una storia. Non sarebbe potuta durare per sempre, e questo lo sapevo. Lo sapevo gia’ ma non mi aspettavo che sarebbe finita per colpa mia. Non mi aspettavo che IO l’avrei fatta finire in quel modo.

Una mattina che sembrava uguale a molte altre mattine mi porto’ un nuovo dono: mi porse un piccolo cerchio, un anello levigato ricavato dal guscio di una conchiglia. Lo lascio’ appoggiato sulla sabbia. Io mi accovacciai, per osservarlo meglio, ma non lo toccai, come se si trattasse di una sacra reliquia. Lo osservai aspettando che mi raccontasse la storia di quel giorno. Lui fece quel suo sorriso di bollicine e mi disse che quel giorno la storia di quel piccolo cerchio l’avremmo potuta scrivere noi, se io avessi voluto. Era un oggetto solo nostro che aveva forgiato lui e che aveva lasciato la’ per me come giuramento ed implicita domanda che avrei potuto raccogliere. Io annuii gravemente, stranita, nel tentativo di razionalizzare, incapace di replicare. Allora lui si allungo’ dolcemente verso di me per baciarmi. Ma fu la’, per timore e codardia che termino’ il mio viaggio. Mi ritrassi, di botto spaventata da quel tentativo di contatto e da tutto quello che poteva significare. Da quell’anello carico di promesse. Promesse d’inizio che decretarono la fine di tutto. Cosi’ scappai. Scappai dal timore di soffrire, scappai dalla paura che stesse solo giocando con me, scappai perche’ temevo mi mentisse, scappai verso la mia indipendenza nella convinzione che in quel modo sarei rimasta sempre, eternamente presente a me stessa, che avrei mantenuto la mia integrita’. Perche’ non potevo consentirgli di sciogliermi, perche’ io dovevo restare tutta d’un pezzo (Ma come si puo’ pensare di rimanere integri quando si e’ scoperto d’esser meta’ di un intero?). Cosi’ in quel momento io, che avevo visitato i sentieri del mondo da sola, ho avuto paura. Paura di perdermi. Paura di perdermi tra le sue braccia.  “Ti aspettero’” queste sono le sole parole che riusci’ a dirmi. Mentre io mi ritraevo e spaventata mi allontanavo pensai che forse io gli avevo spezzato il cuore, chissa’ se mi avrebbe aspettata mai davvero. Probabilmente non lo meritavo. Non tornai su quella sabbia il mattino seguente. Non mi trovo piu’ seduta sullo scoglio, ne altrove nemmeno le mattine successive perche’ con le gambe che mi ero ricordata di avere, corsi via. Quel giorno, la sera stessa ero gia’ lontana. Di quel lontano cosi’ lontano che si fa fatica ad immaginarlo. Camminai sino a che non mi sentii abbastanza lontana da essere al sicuro. Ma quando ho smesso di scappare e mi sono ritrovata sola con me stessa e mi sono fermata, per la prima volta mi sono sentita sola ed arida come non ero mai stata sola ed arida. Fu allora che ho pensato che le cose sarebbero andate meglio se fossi tornata nel deserto. Se fossi tornata a casa mia. Pero’… Non lo so… da quando sono tornata ho questa cosa che  ho iniziato ad amare la pioggia e nel deserto, come sapete, non piove mai.

[Prologo]

Fu solo dopo aver versato tante e tante lacrime di sale che lei capi’…o meglio accetto’ completamente l’idea di trovarsi in un luogo troppo arido per lei. Mentre il sole di quel deserto le batteva sulla nuca, accolse la consapevolezza che non era davvero la’ che avrebbe voluto trovarsi. C’era stato un unico posto che era riuscita a percepire della sua dimensione: ne’ troppo grande come se lei fosse una formica, ne’ troppo piccolo come se lei fosse un gigante. Cosi’ si ricordo’ per l’ennesima volta di avere delle gambe e decise che si sarebbe lasciata alle spalle il Deserto per la seconda volta e convinta a sfidare la paura di perdersi, riparti’. Non era sicura se Amare la stesse aspettando. Non sapeva se lo avrebbe piu’ incontrato, sapeva solo che aveva bisogno di tornare su quella spiaggia. Inizio’ a camminare di nuovo verso Est, questa volta sapendo esattamente dove dovesse andare… e cammino’, cammino’ sino a che non giunse finalmente nel luogo dove Amare le aveva cantato la prima volta.

Lo trovo’ la’. Incredibilmente lo trovo’ la’. La stava davvero aspettando nel loro posto, esattamente, come le aveva promesso. Amare non aveva mentito. Lei gli corse in contro e lui fece quel sorriso di bollicine. Lei correva sulla sabbia tendendosi verso di lui. Ma questa volta senza timore. Arrivo’ sul bagnasciuga dove lui era solito donarle le sue storie. Lei si fermo’, tentenno’ un solo attimo sino a che decisa, finalmente allungo’ le braccia e, per la prima volta dopo tutto quel tempo, lo tocco’. Tese le braccia e le immerse dentro di lui. E…d’improvviso le mani le si sciolsero. Inizialmente per lei fu una sensazione inaspettata e spaventosa. Guardo’ stranita quel che restava delle sue braccia, ormai svanite e la sua mente si affollo’ di pensieri. Amare l’aveva attesa solo per trarla in inganno? Le portava rancore? Stava cercando di farle del male? Forse aveva fatto bene a scappare. Forse era stata una sciocca a tornare. Se fosse stato bugiardo, se avesse rinunciato ad Amare in quel momento, avrebbe perso solo le sue mani.  Ma cosa avrebbe perso se Amare fosse sincero?  Poi Osservo’ Amare, era quieto, rassicurante.  Decise di credergli. Decise di credere al suono di quelle bollicine che scoppiettavano quando lui rideva, non a quello che temeva sarebbe potuto esserci sul fondo. Quell’Amare che non le aveva mentito. Che l’ aveva ascoltata, che le aveva cantato e che si era raccontato. Quell’Amare che nonostante lei fosse fuggita l’aveva aspettata, che aveva mantenuto quella promessa si allungava dolcemente verso di lei, poi si ritraeva di nuovo. Come se non volesse violarla. Come se aspettasse il suo consenso, i suoi tempi. E lei decise di credere a quello. Fu allora che lei capi’ che le sue braccia non erano affatto sparite. Le aveva donate a lui. Che, forse, era quello l’unico modo per sentirsi realmente interi. “Tranquilla, vieni da me, lascia che ti culli, non ti faro’ mai del male”. Cosi’ lei gli credette e si tuffo’ tra le braccia di lui. Completamente. E in quello stesso istante si senti’ sciogliere. E per la prima volta davvero non ebbe paura. Si senti’ sua. Tra le braccia di lui per la prima volta non era mai stata piu’ sciolta e piu’ intera cosi’, piu’ persa e cosi’ ritrovata. Come se fosse esattamente dove avrebbe dovuto essere, come se fosse sempre stata la’, come se sempre avrebbe dovuto esserci e sempre ci sarebbe stata.

Cosi’ capì che è necessario donarsi totalmente per sentirsi interi, e perdendosi tra le braccia di lui svani’.

{E mentre lei si scioglieva, i gabbiani del porto, da lontano, assistendo alla scena scossero il capo pensando:

       “Che bambola di sale sciocca, ad innamorarsi del (A)mare!”}

 

Annunci

72 pensieri su “{La frase che ha cambiato l’intero corso di una storia}

  1. poetico, intrigante, liquido e struggente, costruito sulla sabbia e sulla pioggia eppure così solido.
    permettimi però di bocciarti una parola, “assolutizzante”, che è come un pezzo di plastica in mezzo a tanti gioielli.
    OT mi hai fatto tornare in mente un vecchissimo servizio del National Geographic su una ragazza che stava attraversando l’Australia con un cammello.
    ml

    Piace a 1 persona

    • Grazie per aver dedicato del tempo per leggerlo e soprattutto per avermi scritto le tue impressioni. Sono LIetissima di leggere questa recensione, felicissima che ti sia piaciuto. Magari’ cerchero’ una nuova parola che sostituisca l’assolutizzante stonato 😀

      Mi piace

  2. Mi hai tenuta sulle spine! Racconto emozionante ☺ eppure io son rimasta con un dubbio, anzi, mi assalliva e andava via mentre leggevo: si è innamorata di un uomo o del mare?! Anche il fatto di ripetere spesso della risata con le bollicine… sembrava quasi un racconto mistico 😀

    Piace a 1 persona

    • Mi fa molto piacere questo commento. Mi stavo giusto domandando se fossi riuscita a creare adeguatamente il giusto grado di ambiguita’. Speravo proprio che chi leggesse pensasse ” ma e’ un uomo? Eppure ci sono un sacco di richiami al mare…e se parlasse del mare?” Il dilemma si scioglie solo alla fine quando si capisce che non solo lui non era uomo ma lei era una bambola di sale. 😀 Pero’ Lui e’ il mare ma e’ anche un uomo, lei e’ una bambola di sale ma e’ anche una donna. Si incontrano come uomo e donna per poi diventare “poesia” verso la fine, sino alla loro fusione ( o ricongiungimento)…Volevo creare una sorta di Climax, un piccolo viaggio dal “reale” verso la metafora per indicare l’abbandono di lei all’amore.

      Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...