L’ ombrello giallo { e un desiderio esaudito}

« Quando un uomo siede due ore in compagnia di una bella ragazza, sembra sia passato un minuto. Ma fatelo sedere su una stufa rovente per un minuto e gli sembrerà che siano passate due ore. Questa è la relatività »

A. Einstein

lenzuola (1)

{Profumo di Fumo}

Una mano premuta sul petto nasconde un seno fasciato da lenzuola bianche. Marianne, in silenzio, coperta solo d’imbarazzo si rassetta i capelli dietro le orecchie, passando le dita affusolate tra le lunghe ed indisciplinate onde castane. Folte ciglia nere disegnano il suo sguardo incorniciando iridi color Autunno bruciato. Marianne e’ tutta occhi. Occhi che compiono volteggi, come uccellini curiosi si tuffano negli angoli della stanza e poi riemergono accarezzando le pareti gialle come fossero vecchie amiche; si poggiano sulla mobilia scarna, ma solo per riprendere il volo, studiano il lampadario anni ’80 di quella camera d’albergo, per poi cadere di nuovo in picchiata al suolo poggiandosi sui vestiti lanciati via in fretta e planati in ordine casuale sul pavimento. Vede i suoi stivali di gomma gettati disordinatamente di fianco alla porta d’ingresso e per un istante sorride. Vorrebbe bloccare quel momento ma non puo’. Si sta concentrando per fare una fotografia mentale ad ogni dettaglio ma sa che, per quanto si possa sforzare, tutti quei piccoli particolari sono solubili nel tempo. Labbra rosse, screpolate dal freddo si serrano nervose e l’autunno dei suoi iridi diventa scuro e nuvoloso mentre prepotente un pensiero si fa spazio nella sua mente. Tuffa il viso tra le mani. I capelli, intrecciati tra le dita, come un sipario, le calano sul volto a coprire quell’autunno cosi’ carico di pioggia. In quella stessa stanza, a due metri di distanza, Jean siede su una panca di legno d’acero accanto  alla finestra, mentre la luce del primo pomeriggio, filtrando tra gli spazi vuoti della persiana, disegna rettangoli luminosi sulla parete e sul suo petto. Sta li’ quasi immobile, lo sguardo perso nel vuoto, superbo, altezzoso ed incurantemente nudo. Composto come un sovrano su di un sacro altare, con la schiena dritta che,  troppo orgogliosa per appoggiarvisi, sfiora soltando la parete. Dalla Winston Blue che tiene stretta tra le labbra, un filo di fumo drappeggia bianco nell’aria. Sinuoso, sensuale, ondeggia fluttuando come un serpente marino e, danzando nella corrente, in un soffio d’aria si disperde. Marianne non ha mai sopportato l’odore del fumo ma sa che da quel momento, da quel preciso momento, ogni volta che sentira’ profumo di Winston Blue pensera’ a quell’istante e al profilo in penombra di Jean. Jean ha spalle larghe. Spalle che sicuramente sanno come badare a se stesse. Forse sanno proteggere.  Folti capelli neri nascondono nubi di pensieri che offuscano la luce di uno sguardo momentaneamente assente, smarrito nella trama a rombi della trapunta che come un manto d’erba copre il letto dove ora giace semidistesa Marianne. In un saliscendi di ombre che disegnano colline, le lenzuola sopra di lei ne tratteggiano la figura esile. Gli occhi scuri di lui, sprofondati in un vacuo stato di trance seguono il profilo delle gambe di lei da sotto le pieghe della stoffa leggera, ne percorrono la vita fasciata di bianco, cercano di intuire la forma di un seno assaporato troppo poco. Un seno che giace ora stretto tra braccia imbarazzate incrociate al petto. Poi, viaggiando sull’onda dei capelli castani che le ricadono sulle dita, salgono lungo la clavicola poche ore prima solcata, esplorata dalla sua lingua, su’ verso la piega del collo bianco e ancora su, verso il mento, sino ad appoggiarsi per assporare con lo sguardo le labbra rosse di Marianne. In quel momento Jean incrocia gli occhi d’autunno di lei e torna presente a se stesso. Si scambiano un accenno di sorriso malinconico.

“A che ora parti domani?” Sospira Marianne.

“Abbastanza presto, alle 7.20. Potremmo rimanere svegli tutta la notte, dormiro’ in aereo. Il viaggio e’ lungo” Risponde Jean sbuffando una boccata di fumo.

“Sarebbe bello Jean, sarebbe bello” Marianne piega le gambe portandole al petto e le cinge con entrambe le braccia mentre appoggia la testa sulle ginocchia strette l’una contro l’altra. Questa volta e’ lo sguardo di lei a perdersi nel vuoto.

“Ehi…Mary… AnnaMary, guardami” la punzecchia Jean usando quel soprannome che aveva scoperto infastidirla, con un tono che e’ un misto tra il dolce e il perentorio. “Lo sapevamo…insomma, lo sapevamo….”

Lei, stranamente ubbidiente, solleva lo sguardo e arrendevole spinge gli angoli della bocca a disporsi a formare un sorriso, ma con risultato poco naturale. Annuisce “Certo lo so, lo sapevamo..” E si perde di nuovo, spostando lo sguardo divenuto nubiloso, altrove. Rivolgendo la sua attenzione il piu’ lontano possibile da Jean.

Due giorni, due soli giorni. Questo e’ il tempo che hanno trascorso insieme ma tanto e’ bastato…

Quando si incrociarono per la prima volta fu per caso. Marianne era in un cafe, seduta da sola  ad un tavolino da quattro posti, l’unico disponibile. Zuppa di pioggia, le onde castane le stavano incollate al viso, le dita affusolate e tremolanti erano strette attorno ad una grossa tazza di caffe’ nero senza zucchero. Marianne imbronciata, fissava il suo ombrello dilaniatosi nel vento, le bacchette di metallo rotte e piegate. Avrebbe solo potuto buttarlo. Comunque a prescindere da tutto, per il momento avrebbe solo aspettato dimuisse la pioggia, cosi’ pensava quando la cameriera le chiese se potesse far accomodare un nuovo cliente in uno dei posti accanto a lei. Del resto il locale si era riempito improvvisamente a causa del forte, improvviso acquazzone e servivano coperti. Marianne sorrise ed annui’ prima che il suo sguardo si spostasse sul nuovo avventore. Era Jean ma lei acora non lo sapeva. Basto’ una battuta sul meteo a rompere il silenzio. Quel giorno  le ore scorsero rapide ed intense. I capelli le si asciugarono all’aria scaldata dai termosifoni di quel piccolo locale mentre i suoi impegni, uno ad uno sfumavano senza che lei nemmeno ci potesse porre attenzione. Marianne bevette quattro caffe’ neri senza zucchero. Tutto mentre Jean si perdeva  nell’autunno di lei, nel movimento delle sue sopracciglia quando lei raccontava qualcosa, tra le sue onde castane, di fronte allo stesso Earl Grey con latte e zucchero ordinato ore prima. Il tea si raffreddava e lui si scaldava pensando alle sue labbra rosse. Quando era seria, noto’, le labbra le disegnavano un broncio sul viso ma quando le esplodeva il sorriso sul volto si assotigliavano e le si formava una graziosa fossetta sulla guancia sinistra, e solo su quella. Avrebbe voluto baciarla. Marianne studiava il profilo dritto di lui e si scopriva ipnotizzata dai suoi occhi che, come buchi neri, attiravano tutta la sua attenzione. Avrebbe voluto baciarli. Poi le cose precipiarono in fretta quando lui  propose di accompagnarla alla fermata dell’autobus. Lei tremolava nervosa stretta al suo braccio, mentre condividevano lo stesso ombrello. Indecisa se cedere al contatto con quello “sconosciuto” o comportarsi in maniera schiva come il buon senso le avrebbe, prima di allora, suggerito di fare. Lui poteva sentire l’odore del balsamo dei suoi capelli e pensava solo che avrebbe voluto sentirla piu’ vicina.

“E se invece di andare, restassi?” Azzardo’ lui. E lei resto’, incurante di tutto, della sua educazione, delle convenzioni a cui era abituata, dell’opinione che avrebbero potuto avere gli altri, desiderava che Jean glielo domandasse e resto’.

Appiccarono l’incendio di quella scintilla sulla riva della Senna un’ora dopo. Quando il mondo attoro a loro sfumo’ prendendo la consistenza delle loro labbra mentre le loro lingue danzavano e si accarezzavano e il respiro si faceva affannato. Poi andarono dritti in quella camera d’albergo dalle paretti gialle, lei determinata si sfilo’ gli stivali e li abbandono’ accanto all’uscio della porta. Li’, in quella camera, strato dopo strato iniziano a piovere vestiti e i due si consumarono pelle su pelle, in una danza che parve loro cosi’ naturalmente coordinata che fu come se avessero provato quei passi per anni e anni, una comunicaizione tra esseri appartenenti a corpi celesti sconosciuti che sanno istintivamente trovare la via giusta per comprendersi.

Anche ora Jean vorrebbe trovare la via giusta, le parole giuste… ma per farla sorridere, come quando l’aveva fatta ridere la prima volta di fronte a quel caffe’ nero senza zucchero al Livres. Non sapendo come fare, non trovando soluzione, Jean tace, abbozza un sorriso, tenendo gli occhi fissi su di lei, scuote il capo mentre spegne la sigaretta premendola nel posacenere. Si alza e si mette dietro di lei, cingendola tra le gambe. Le tiene il petto premuto aderente sulla schiena, le scosta i capelli per poggiarle le labbbra sulla nuca, allora la stringe con le braccia, chiude gli occhi ed inspira forte il profumo della pelle di Marianne, che sa di amaro e dolce.

“… E’ solo che vorrei proprio non dovermi sentire cosi'” Marianne si raggomitola su se stessa ed affonda con la schiena nel petto di lui.

Entrambi sanno che e’ l’ultima volta che si vedranno.

[Quelli sarebbero stati gli ultimi giorni a Parigi prima della partenza definitiva di Jean per gli Stati Uniti.  Marianne avrebbe passato tutta la vita a rimpiangere quel momento, ricordandosi di Jean di profilo seduto su quello sgabello d’acero ogni volta che avesse sentito profumo di Winston Blue, mentre le foglie autunnali da quel momento sarebbero state il ricordo doloroso di Jean.]

IMG_3106.JPG

{Un ricordo che non si puo’ ricordare}

[2 giorni prima]

Marianne percorre Rue Saint-Martin a passo veloce. I capelli sciolti ondeggiano nel vento mentre a grosse falcate le suole dei suoi stivali di gomma percorrono il marciapiede tentando di evitare le pozzanghere. Sotto la corrente d’aria fredda che fa cadere obliqua la pioggia bagnandole il viso, tremola stanco il suo ombrello giallo come fosse sul punto di arrendersi al vento. Ma tenaci, resistenti, le bacchette di metallo si piegano senza spezzarsi. Cosi’ Marianne passa davanti a Cafe’ Livres senza fermarsi. In quel momento sente come un odore di fumo, qualcosa come un {quasi-}ricordo familiare. Cerca di capire di chi o cosa, aggrotta la fronte, si concentra, eppure non le sovviene nulla… cosi’, scuotendo il capo, si scorlla quel pensiero e prosegue superando un giovane che in quel momento stava entrando in Cafe’ Livres. E’ alto e moro, dalla schiena dritta e le spalle larghe. Spalle che sicuramente sanno badare a se stesse e forse saprebbero come proteggere pensa Marianne, mentre cammina. Poi la sua mente si perde verso altro.

E’ Domenica mattina ed un aereo diretto verso gli Stati Uniti decolla da Parigi passando sopra la testa di Marianne che incurante e tranquilla, mentre il tempo scorre flemmatico, legge un articolo sulla persistenza della memoria nei quadri che raffigurano “gli orologi molli di Dali'”. Non succede mai nulla, pensa. “E’ solo che non vorrei proprio sentirmi cosi”.

 

 

 

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63 pensieri su “L’ ombrello giallo { e un desiderio esaudito}

      • il problema è che è tutto tranne che una fotografia. lento, zeppissimo di aggettivi e parole roboanti, tutta descrizione, tra l’altro abbastanza (molto) stereotipata: sembra lo storyboard di una pubblicità di profumi a rallentatore

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      • Nemmeno il messaggio di fondo? La scelta obbligata tra la bellezza di un attimo destinto a finire vs l’unica scelta alternativa: rinunciare persino a quell’attimo, quando il desiderio di lei viene esaudito? (Alternativa che risulta peggiore perchè si riduce ad una situazione di piattume emotivo). No certo non voleva puntare sull’originalità, avrebbe dovuto portare nel “turbinio emotivo”. Però sì hai ragione decisamente tendo a sovrabbondare con gli aggettivi… è che le parole mi sembrano non bastare mai. Eppure dovrei imparate la sacra arte del levare (anzichè aggiungere,aggiungere… )

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      • so perfettamente come ti senti. ma più scriverai (rileggendoti), più troverai il tuo modo di andare al punto, senza l’assillo di scegliere parole che giustifichino il fatto che stai scrivendo. il mio vero consiglio, però, è di fidarti poco della maggior parte dei commenti che leggi su wordpress (inclusi i miei): fidati più delle tue letture

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      • Se noti continuo (o meglio cerco di ) variare continuamente genere perchè sto cercando di fare esercizio. Queste sono prime prove di scrittura e mi sento proprio arrugginita. È come se tra il pensiero e l’azione (il mettere per iscritto) ci fosse un supporto poco allenato e che scricchiola. E poi a me piacciono le frasi dai periodi lunghi e piene di aggettivi ma so anche che il mio personale gusto collide con la fluidità della lettura e con il gusto di chi non è me (= tutti gli altri)… poi non punto a diventare una scrittice ma ciononostante, anche solo per me stessa, apprezzo moltissimo le critiche.

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      • Ma non di quelli che “devono essere bravi per forza o non mangiano”. Se sono brava me ne faccio poco, se non lo sono me ne faccio poco uguale 😅😅🤣

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  1. Sei proprio brava a scrivere immagini con le parole. Proprio brava.
    E mi piacciono pure gli orologi molli.
    E il racconto, pour moi, non è per nulla triste. Sono gli attimi perfetti, dove il tempo è molle di bellezza. Ma la bellezza è volatile, come gli attimi perfetti. Altrimenti non sarebbe bellezza, altrimenti non sarebbero perfetti.

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      • Nel tuo modo di scrivere c’è tutta te (o, almeno, quello che io di te ravvedo): migliaia di perline che piovono mentre ti leggo, con il loro suono cristallino, impetuoso, scomposto e impreciso come i bambini quando scelgono i giocattoli. Frizza e ti sommerge. Mi piace, è il tuo stile.

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      • Sei una blogger. Non stai scrivendo un romanzo a puntate. La scrittura di un blog, a mio avviso, suscita interesse quando apre al dialogo con i lettori e svela frammenti (piccoli o grandi) di chi scrive. Comunica. E tu, parbleu, sei una diavola di comunicatrice!
        Questo è un territorio dove puoi sperimentare senza attenerti alle regole ferree e alla disciplina che la scrittura di un romanzo richiede. Meno noia, molta gioia!

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      • Più che altro quel che scrivo è solo un “diario” (messo sottoforma di favola) delle mie emozioni o pensieri del momento, scritto con il mio stile (che possa piacere o no). Se lo cambiassi mi sentirei di snaturare il modo in cui sento di esprimermi (che per me è in realtà la sola cosa che conta). Scrivo qui anche per condividere, non Soprattutto per quello. Se in tutto ciò riesco ad arrivare nell’animo di qualcuno è una cosa che mi fa davvero estremamente piacere (ma se non arrivo, pazienza). I complimenti fan piacere, ovvio ma sono un effetto collaterale ed accessorio perchè è un pò come se tu piangessi o ridessi e ti dicessero “lo stai facendo male/bene”. Non esiste un modo giusto o sbagliato di piangere o ridere esiste solo per ognuno di noi il proprio personale modo di farlo.

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  2. non farti condizionare dai pareri altrui e segui la tua via, che piaccia o no, chissene, l’importante è esprimer se stessi noncurandoti di far piacere a qualcuno.
    Io ovviamente son di parte quindi il mio parere conta relativamente, ti dico solo che sono fiero di te

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    • Ti ringrazio 😍… la critica di Domenico Petaloso mi è stata molto molto utile (anche se non nel senso da lui proposto). Dopo il suo commento ho cercato di rileggermi con oggettività (e a prescidere dalla valanga di errori che ho trovato e a parte quelli) alla fine, non perchè io sia un mulo ostinato che non sappia far tesoro delle critiche, piuttosto per il senso che per me ha questo blog, ho capito che in realtà avrei desiderato lasciare quegli aggettivi ridondanti esattamente lì dove li avevo messi. I complimenti, come è ovvio che sia, fanno più piacere delle critiche ed ogni volta che leggo che a qualcuno è piaciuto qualcosa che ho scritto vado in brodo di giuggiole… ma alla fine per me questo vuole essere un diario dei miei stati emotivi. Momenti dell’anima che penso vadano espressi come ci si sente di esprimerli (ed io non posso che farlo con il mio proprio personale stile che piaccia o no). Certamente migliorarsi anche solo a livello di crescita personale è auspicabile però dalla sua critica ho capito che fondamentalmente io scrivo anche per condividere e non soprattutto per quello. Che non cambierei questo mie stile per piacere di più perchè non devo vedere copie e poi è come se tu piangessi o ridessi e ti dicessero “lo stai facendo male”.

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    • Sì lo penso anche io 😀😄 il mondo alternativo che si è materializzato nella versione in cui l”ombrello non si rompe” è parecchio più grigio del precedente. (Quindi attenti a quel che si desidera!) Gli istanti degni di essere vissuti, spesso hanno del sublime proprio perchè non sono durevoli… il messaggio è che l’alternativa non è tra il vedere una gioia che svanisce contro la possibilità di vivere una gioia che duri in eterno… ma, dal momento che i momenti di pura felicità sono (per loro natura) negli attimi sfuggenti, L’alternativa è tra l’assaporare l’attimo quando arriva o precludersi in toto questa possibilità per il timore di soffrire al tramonto (inevitabile) di quella gioia. Se lui non fosse dovuto partire, forse, la loro storia sarebbe andata avanti, magari sarebbe finita lo stesso… chi lo sa…Forse sono stati così bene solo perchè erano consci che avevano del tempo limitato e allora l’hanno vissuto con più intensità di quanto avrebbero fatto in una situazione normale. Quindi (magari) è andato tutto così bene PROPRIO PERCHÈ sapevano che sarebbe finito (non NONOSTANTE vi fosse questa consapevolezza). Ed anche fossero andati avanti con quella conoscenza per anni, anche fossero felicemente invecchiati insieme… l’intensità di tutti quei primi attimi avrebbe lasciato lo spazio ad un routinario equilibrio (che comunque li avrebbe, in un certo senso, fatti dileguare). Quindi quando sappiamo che possiamo godere di qualcosa per breve tempo possiamo avere solo due atteggiamenti di fondo: possiamo pensare di goderne a pieno o possiamo passare il tempo a piangere perchè poi non potremo più goderne ed allora non è meglio la prima alternativa, considerato che tutto viene e va? Non è alla fine questo il senso di tutto? Anche se non sappiamo per certo quando, quel che è certo è che tutto ha una data di scadenza.. ed è sempre meglio aver vissuto quell’attimo (anche se è suo destino svanire) che non aver sperimentato proprio nulla. L’apatia del tempo che scorre lento è la peggiore delle eventualità

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    • A volte di passa una vita intera alla ricerca di un istante perfetto (e non tutti lo trovano! Potrebbero viverlo ma hanno sempre la mente proiettata altrove e quando sono nel bel mezzo del momento che potrebbe essere perfetto.. non se ne accorgono)

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      • Questo è il bello dei blog in fondo…tranne eccezioni fortunatamente le cose scritte restano a disposizione per noi curiosi per un tempo indefinito!

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