Racconto {Gelato sulle panchine di Roma}

Martina va di fretta (anche se e’ il suo giorno libero). Le promesse d’impiego stampate a lettere sgargianti sul volantino del corso di laurea che aveva scelto anni prima sono ormai un lontano ricordo. La sua realta’ da stagista neolaureata le comunica ad ogni angolo che nessun 110 e lode sarebbe stato, almeno per i successivi 4 anni, sufficiente per stabilire alcun tipo di proporzionalita’ tra l’impegno profuso e ricompensa lavorativa. Ma del resto, avrebbe forse avuto alternative? No, non sentiva di averne. E quindi, come recitava l’immagine raffigurante un pesce impresso sul poster che i colleghi piu’ anziani, molto gentilmente, le avevano appeso dietro la scrivania il suo secondo giorno in ufficio: “Zitta e Nuota”. Loro le avevano regalato quel poster ridendo, anche se gia’ allora le era sembrata ( e, poi scopri’, non a torto) un’attestazione di nonnismo bella e buona. La vita lavorativa era decisamente dura! Ma soprattutto poi era davvero quella la strada che desiderava percorrere?

Quanto alla sua vita sentimentale? Non ne parliamo nemmeno! Quella di duro non aveva piu’ nulla, era piuttosto insipida, inconsistente, una banderuola che fluttuava tra le contingenze, insomma: un totale disastro. Con Mattia quasi non ci litigava nemmeno piu’. Farci l’amore poi…meglio evitarlo, quando possibile. Il vedersi era diventata piu’ che altro un’ abitudine. La loro non era piu’ una relazione era un buco nero, un concentrato di routine allo stato puro che aveva risucchiato via ogni entusiasmo nello stare isieme. Una storia ridotta ad una sequenza di abitudini che si ripetevano sempre uguali a se stesse (e dalle quali nessuno dei due, per un motivo o per l’altro, aveva forza, voglia o coraggio di staccarsi). Ma, forse, dopo 10 anni insieme e’ cosi’ che dovrebbe essere…pensava Martina. Forse questa e’ la differnza tra “amore” ed “innamoramento”. La differenza tra il fuoco che brucia e la cenere che resta, la normale evoluzione di un rapporto, si’ deve essere cosi’. Questo, almeno era cio’ che ripeteva a se stessa e alle sue amiche, quasi a volrsene convincere.

Per arrivare prima all’ ufficio postale, quella mattina Martina si ricorda che puo’ tagliare per il parco. Quel parco lo conosceva bene ….un tempo, quando aveva ancora le energie per uscire con gli amici, ah che bei momenti! Mentre sospira si guarda attorno. Ed e’ allora che il suo sguardo si posa su di un maglioncino lilla appoggiato su due spalle rotonde. E’ una signora anziana. E’ sola. I pochi capelli, candini e spettinati sembrano lunghi. Li ha raccolti sulla nuca a formare un piccolo nido e lei sembra un pulcino appollaiato sulla panchina.

*Gli sguardi delle due donne si incrociano e sul viso della signora si dipinge un sorriso*

-Ehi giovince’ che c’hai n’attimo?

-Signora sono davvero di fretta…ma mi dica!

-che me lo piji un gelato da 2 euri tutto nocciola che non ja faccio a cammina’?

Martina osserva il braccio teso della signora che le porge 5 euro, si morde il labbro inferiore un po’ spazientita ma poi nota la mano tremolante della donna e la pelle macchiata, segnata dal tempo, le dita nodose strette attorno alla banconota le sembrano d’un tratto cosi’ delicate che pensa che le si potrebbero spezzare sotto il peso della carta. In quella sente il cuore che le si stringe per la pena e allora si lascia andare ad un sorriso piu’ dolce.

-Si’ va bene dai. Coppetta va bene?

– Si’ pe’ favore si voi pijalo pure pe’ te. Te lo offre nonna.

-Eh mia nonna, non c’e’ piu’.

-quanti anni aveva?

-94 ma alla fine che ci si puo’ fare…Penso che la sua vita se la sia fatta…

– Sa io ho gia’ 87’anni pero’ penso che se non fosse pe’ ste gambe… e pensi abbia fatto na vita felice?

-Sa che non ci avevo mai pensato? Non lo so, forse si’. Ma non del tutto… alla fine nessuno e’ mai del tutto felice, no? E” tutto un compromesso…

-Nun so. Pe’ me uno o e’ felice o nun lo e’. Se non sei felice cagni.

-Ha nipoti?

-Si’ Due. Uno sta fori, a Londra. E l’altro m’ha detto “nonna mettite wazzappe sur telefono cosi’ te manno le foto e se vedemo”

-Ah sta lontano pure lui?!

-Nsomma…io sto alla Scala A, lui alla C. Mejo veni’ diretto n’te pare? E’ mejio n’a foto d’a crostata o na’ crostata vera? Ma lo capiranno eh. Lei e’ sposata signori’?

-No e non ho nemmeno intenzione…

-Manco io me so sposata.

– E si e’ pentita o ne e’ felice?

– Felice. Felice perche’ a che serve sposasse se non ci si ama? Io non me so sposata na so stata (e so) amata ancora. Tanto. Ma da un uomo solo eh. Io e lui avemo girato er mondo co du lire, pure coi bimbi piccoli. Non c’e’ stato un giorno che non mi ha dato almeno un bacio. E’ l’omo della mia vita.

-Siete insieme da tanto?

– Tutta una vita. Io ero ragazzetta più piccola di te. L’ ho scelto tra tanti sa. Sapesse in quanti me facevano a corte! Poi a quell’epoca te sposavi co un attimo… ma io avevo scelto lui, co eravamo scelti.

-Insolito che abbiate avuto figli senza sposarvi a quei tempi.

-uh insolito? Sapesse signori’ quante me ne ha dette mi madre! E tutte e male lingue c’ho affrontato!

-Come vi siete conosciuti?

-io facevo a sarta e lui era sordato. Io cucivo le giacche pe l’esercito. Lui veniva tutti i giorni alla bottega. Pè vedere come andava la cucitura delle giacche… diceva. Non l’ho mai creduto! Ma Era gentile, era diverso. Subito l’ho capito. Me so innammorata co due appuntamenti. “Io te amo ma non te sposo”mi ha detto. Pe quei tempi era rivoluzionario eh. Pe me poi era n’rischio. Pero’ sa che c’e’? Che c’aveva l’occhi boni ed io quanno m’ha detto così l’ho creduto. Sa perchè? Perchè Mi aiutava ad amare me stessa. A essere me. Io pe questo me so fidata. Che se fosse durata 3 giorni sarei stata felice lo stesso perche’ ero cosi’ contenta. A 87’anni signori’ io so ancora amata. Perche’ l’amore vero nun more manco se mori te ma soprattutto so felice de a vita c’ho fatto. Lui oggi dopo 50’anni sta ancora con me…io lo sento che ce sta, me lo sento proprio. Delle volte e’ come se mi abbraccia. È morto da poco sa. Ma nun m’ha lasciata sola. L’omo mio il giorno che e’ andato al creatore ha detto che se sentiva stanco, che non ja faceva piu’ co’ l’ossiggeno. Ma era il core che non ja faceva piu’. Eh ce credo! Se lo semo consumato! Le litigate se sprecavano! Ma quanto s’amavamo….M’ha chiesto si ero felice. Poi non ha piu’ parlato e ho visto il viso che cambiava e L’ho capito che me stava a lascia’. Je l’ho detto mentre je accarezzavo la mano “se sei stanco vai. Tanto te raggiungo presto. inseparabili come semo. E Je’ ho detto che si’ ero felice, tanto”. Lui a quer punto m’ha fatto un sorriso. Sa signorì era proprio quel soriso che me faceva n’nammora’ tutti i giorni. Cosi’ e’ morto, sorridendome. Una vita gajarda pero’ a nostra . So stata felice davvero. E io so felice ancora sa? Nonostante tutto. Perche’ ne a vita o sei felice o non lo sei. E se non sei felice cagni. E te sei felice?

*tratto da una storia vera capitata a Martina*

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10 pensieri su “Racconto {Gelato sulle panchine di Roma}

      • A volte l’insoddisfazione e il desiderio di essere davvero felici diventa così forte che cagnare e muoversi diventa una necessità. Dipende solo dal grado di insofferenza, credo. Però per alcuni è più facile, vero.

        Comunque ho letto tutto con piacere, brava! : )

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    • Il merito garantisco è proprio degli ingredienti, il substrato di partenza era talmente delizioso già così che avrei potuto riportarlo anche senza nessun ‘artificio’ però ahimè non ho resistito dal ricamarci attorno…

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