[Il mio piccolo sistema solare] {SkyscrapEarth}

L’uomo che sposta le montage comincia con lo spostare i sassi -proverbio chinese

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C’era una volta un bellissimo pianeta composto per il 95% d’acqua e per il 5% di terra. I suoi mari, per via della particolare composzione del fondale, erano colorati di una meravigliosa sfumatura lilla che di giorno irradiava luce e faceva brillare ogni cosa. L’energia luminosa sprigionata da quel mare era luce rifranta e riflessa proveniente da una tiepida stella vicina. Si trattava di un meccanismo d’equilibri naturali, perfezionatosi nel corso di centiania di migliaia di anni che contribuiva a far accrescere la vegetazione su quella terra.

Ma non c’erano solo mare e terra su quel pianeta, era abitato. In quel meraviglioso luogo risiedevano forme di vita (più o meno) intelligenti. Tra questi c’erani degli strani, stranissimi bipedi. A differenza degli altri non avevano peli, nè artigli. Non erano veloci, non sapevano volare nè stare sott’acqua per più di qualche tempo. Si sarebbero certamente estinti se non avessero avuto in dote una cosa: il senso d’una spiccata inventiva. Così compensarono tutte le loro carenze costruendo attrezzi e ripari, inventando i vestiti, i trasporti (e anche una discreta quantità di cose non realmente utili invero). Ecco però…che fu proprio per via dell’inventiva ( che di per se non era una caratteristica negativa, per carità!) che un giorno, uno di questi animali (considerato che lo spazio iniziava a mancare )si fece venire una meravigliosa idea: perchè anzichè su di un piano solo, per risparmiare spazio, non costruisco un riparo a due piani? E così fece. Una volta terminato il lavoro notò altresì che il risultato era superbo, per non dire meraviglioso! Tutti accolsero la nuova costruzione con incredulità, stupore… e invidia. A contribuire a far innescare una spietata concorrenza tra abitanti di vicinato poi, di certo, non mancò per nulla la sua ostinata boria! “Ammirate quella casa alta! È la mia! Ho avuto una favolosa idea! Sono un genio!”. Infatti, non passò molto che un altro (perchè: se l’ idea dei due piani era da considerarsi buona, un piano in più sarebbe dovuta essere una idea ancora più buona) pensò: perchè anzichè a due piani, non costruire un riparo di tre? E fu così che poco a poco i ripari iniziarono a diventare sempre più alti: quattro piani divenne meglio di tre, che chi ne costruiva cinque veniva battuto da chi stava costruendo il sesto (e i ripark a due piani erano già fuori scala, da “inferiori”). Era come una competizione in cui chi grattava il cielo più da vicino vinceva (cosa? Non si sa). I giornali, a tal proposito, la chiamarono “la favolosa età dei Grattacieli” (e sarebbe anche passata alla storia…).

Ma nella smania dettata dalla volontà di prevalicazione sull’altro quegli strani bipedi che a tutto avevano pensato, non si accorsero della cosa più importante: che a poco a poco il loro pianeta stava morendo. I grattacieli, infatti, ostruivano il passaggio della luce che non poteva più tuffarsi in mare. L’acqua da lilla era ormai diventata di un viola smorto, le piante morivano, il cibo iniziò a mancare e gli altri aminali si stavano a poco a poco estinguendo. Nulla più riluceva come un tempo e il fenomeno divenne così eclatante che alla fine anche coloro i quali, prima di allora, avevano fatto spallucce parlando di “esagerazioni” e “inutili allarmismi” dovettero ammettere che la situazione era davvero cambiata. Solo a quel punto venne indetto un consiglio cittadino. Ognuno diceva: è colpa del suo grattacielo! Non vedete come è alto!? E tutti quanti puntavano il dito sul grattacielo del vicino. Scoppiarono risse e baruffe eppure nessuno era disposto a cedere.”Dovrebbero essere distrutti!” Dicevano ghignanti, quelli che vivevano nei grattacieli più bassi rivolgendosi a coloro i quali vivevano più in alto. (Ma non realizzavano, o non volevano ammettere, che seppur più bassi anche i loro grattacieli erano oltremodo dannosi!). Quelli con il grattacielo di 2 piani si allearono e iniziarono ad accusare chi aveva il grattacielo dai 3 piani in sù. Chi aveva il grattacielo di 3 piani iniziò ad accusare chi viveva nei grattacieli dai 4 piani in sù, e via discorrendo. (Chissà se poi erano davvero interessati a salvare il pianeta o il salvare il pianeta era la scusa di chi, per pura invidia, non essendo in grado di vedere oltre il proprio naso, cercava di sfruttare la cosa a proprio vangaggio solo per far distruggere i grattacieli più alti del proprio). Si formarono caste e partiti ma nessuno era disposto a fare un passo indietro. “Se io abbatto il mio grattacielo, chi mi dice che poi lo farai anche tu?” Dicevano alcuno. ” E se io abbatto il mio e poi tu non lo fai poi succede che io, che oggi sono meglio si te, mi ritrovo a piano terra! Giammai!” Replicavano altri. Così tutti avevano qualcosa da rimproverare a tutti ma nessuno era disposto a fare nulla. Ciascuno tornò a casa propria, arroccato sul proprio grattacielo e dai vetri delle finestre tutti gli abitanti si osservavano, con rabbia l’un l’altro pensando “tu sei la rovina del nostro pianeta perchè non hai fatto niente per salvarlo!”. E considerato che tutti la pensavano così, nessuno fece niente e da dietro la propria finestra ciascuno dall’alto del proprio superbo egoismo preferì stare là ad osservare il pianeta morire.

Ci sono specie che vissero in armonia con quella terra per 2,7 miliardi di anni, mentre il pianeta si evolveva e prosperava. Poi arrivò il bipede che si definì ‘sapiens’ che in “soli” 2,4 milioni di anni riuscì ad autodistruggersi e a distruggerlo.

Avevo detto che quel pianeta era popolato da animali “più o meno” intelligenti. Quel bipede secondo voi appartiene alla categoria dei “più” o dei “meno”?

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{La scelta & La Commedia} [Racconti strani]

 

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(Immagine presa da internet)

Si ritrovo’, d’improvviso, su quella strada. Era deserta. Solo il Niente tutto intorno. Stava camminando su di una striscia d’asfalto talmente lunga che non se ne vedeva la fine. Bianco a perdita d’occhio. Bianco asettico, di vuoto. Di desolazione. D’assenza. Non sapeva nemmeno lui da quanto tempo fosse in marcia. Poteva essere li’ da un minuto, da un’ora o forse era su quella strada da un anno. Non si sentiva ne’ stanco, ne’ affamato. Era come se lo avessero strappato da qualche luogo ed avesse ripreso solo in quel momento consapevolezza di se. Ma non sapeva da dove venisse. Non aveva ricordi di cio’ che era stato ( se mai qualcosa ci fosse stato prima di quel momento). Non sapeva dove stesse andando. Ma in quel momento , una voce gli disse “siediti” ed una sedia apparve.

 

***

“Figlio mio, ti ho strappato dal luogo in cui eri per portarti  qui, dove non esiste nessuno ieri, perche’ e’ tempo della tua scelta. Prendi questa scatola, ci troverai dentro due cassette, guardale con attenzione e quando avrai finito, torneremo a parlarci”.

Una vecchia Televisione a tubo catodico con un mangianastri incorporato, d’improvviso, stava la’ sospesa a mezz’aria, come appoggiata su di un pensile invisibile. Anche una scatola di cartone,d’improvviso stava la’, tra le sue mani. Lui l’apri’ e trovo’ effettivamente due cassette. Prese la prima, la inseri’ nel Tv e sullo schermo bianco e nero comparve una scritta: {Atto1}.

***

{Atto1}

Lui (si’, era lui). O quantomento il riflesso di se stesso. Lui era li’ in Tv e camminava. C’erano case e auto tutto attorno. Era in una citta’ ( si’, era una citta’).

Lui camminava tra le case e tra le auto di quella citta’ che scorreva placida. Una donna. (Si’, era una donna). Gli camminava accanto. Era bella, aveva i capelli ramati, crespi. Non aveva trucco sul viso. Proseguiva al suo fianco composta, ritirata in se stessa. Lui sapeva (sentiva) che c’era un legame tra loro.

‘Dobbiamo sbrigarci. l’appuntamento in clinica e’ alle 11,00 in punto’ Disse lei.

Cosi’ accelerarono il passo.

‘Non possiamo ignorare di nuovo il bollettino, lo sai? L’esenzione la si puo’ ottenere solo due volte di fila e questa sarebbe la terza” incalzo’ Lei, Beatrice (Si’ Lei si chiamava cosi’).

***

‘Voi siete i coniugi Warren?’ domando’ con una vocina stridula la segretaria alla reception.

Senza nemmeno attendere una risposta, brutale, scansiono’ il chip d’identificazione nella retina di Beatrice e subito dopo anche quella di Lui.

Un Bip confermo’ l’identita’ della coppia.

‘Il dottor Spencer vi sta aspettando, Siete GIA’ in ritardo!’ li rimprovero’ severa la donnina indicando loro l’orologio appeso alla parete che segnava le 11.05.

Entrarono nello studio del dottor Spencer e Beatrice, dopo aver stretto la mano a quell’uomo, quasi come fosse un rituale a cui era solita attenersi, senza imbarazzo, si levo’ i vestiti, rimanendo completamente nuda. Si sedette sul lettino da ostretrica. Le gambe poggiate sui braccioli, divaricate. Messa cosi’ era bellissima penso’ lui. In quella un moto di gelosia gli parti’ dal fondo dello stomaco quando realizzo’ che la compagna (perche’ si’, era la comapgna),  in quel momento stava oscenamente aperta e svestita di fronte ad un completo estraneo. Ma e’ un dottore, chiaramente non la osservera’ con malizia, ripete’ tra se e si calmo’.

‘Signor Warren prenda questa pillola e la mandi giu'” gli disse il medico.

Lui ubbidi’ e nemmeno sapeva perche’.

“Ora attendiamo faccia effetto…nel mentre dovrebbe  iniziare a levarsi i pantaloni”

“Mi scusi?”

“Signor Warren, so che non e’ piacevole. Non lo e’ per nessuno, glielo garantisco. E’ la prima volta per lei qui e lo capisco. Ma come ben sa e come e’ stato stabilito all’ atto della vostra nascita, lei e sua moglie siete individui geneticamente affini ed attualmente siete nel range d’eta’ giusta per poter far parte del programma. Mi creda e’ davvero un grande onore. E si sa purtroppo per riceve grandi onori si devono sopportare pesanti oneri, signor Warren. Si deve fare… e si deve fare ORA. Come spiegato nell’opuscolo riteniamo che “il vecchio medoto” sia piu’ adeguato. La nostra clinica si occupa di guidarvi in questo evento che, lo so, di per se, non e’ piacevole. Se preferisce possiamo anetestitazzarla ed usare l’approccio secondario che, come si puo’ evincere dai termini di contratto, e’ piu’ invasivo”.

“Senti, vuoi farci finire nel contenimento come i Jonson? Dobbiamo fare questa cosa, vedrai che dopo sara’ bellissimo” Disse Beatrice.

Lui non capiva. Qualcosa gli sfuggiva. Per amore della moglie lascio’ che il dottore manipolasse quell’innaturale ed incontrollabile erezione che, per via sel farmaco assunto, contro ogni volonta’ si era imposta tra le sue gambe. Era come se il suo corpo e la sua mente avessero smesso di comunicare tra loro. Poco a poco inizio’ a sentire il formicolio dell’orgasmo farsi strada tra frustrazione  e vergogna; sino a che, dopo l’ultimo colpo, non eiaculo’ tutta la sua amarezza in un contenitore di plastica. Aveva la nausea, si sentiva svuotato e violato, ma il peggio lo provo’ quando il dottore, con mano esperta e rapida, servendosi di una pipetta, inseri’ e spremette il suo seme tra labbra della sua compagna che, dal canto suo, osservo’ il dottore infilarsi tra le sue cosce restando impassibile. Era Svirilizzato, avvilito e confuso ma, quantomeno, libero di rivestirsi.

“Ecco fatto, Signora Warren, domani faccia questo test” disse porgendole una scatolina mentre lei si rivestiva “e se ancora non risulta positivo ci rivediamo domani alla stessa ora. Io ritengo che nel giro di qualche giorno al massimo, comunque, dovremmo ottenere il risultato sperato”.

“grazie Dottor Spencer”

“Signora mi chiami pure Virgilio”

 

Cosi’ i Signori Warren uscirono dalla clinica “Ripopolamento”. Lui voleva prendere la mano di Beatrice, abbracciarla. Aveva bisogno di sentire il contatto fisico, il corpo caldo di lei. Cosi’, istintivamente, la affero’ per un braccio cingendola a se.

“ma cosa accidenti stai facendo? Sei impazzito?” Beatrice lo scanso’ con un misto di paura ed incredulita’ nello sguardo.

“io non capisco, se dobbiamo fare un figlio, perche’ non possiamo semplicemente…perche’ tutto quel…perche’?”

“caro, sono le pratiche necessarie, non vedo come altro si potrebbe fare se non cosi’…”

Ed i due continuano a camminare freddi l’uno accanto all’altra.

[Era la citta’ Aurea.  Soppressi gli istinti e la sessualita’ ottima ed ineccepibile scorreva l’esistenza degli uomini. Non c’erano Eros ne’ Thanatos al comando, ma Razionalita’ efficiente e perfetta. Legami che non avevano bisogno di contatto fisico ma che cosi’ bastavano a se stessi. Restavano puri ed incorrotti, scervi da gelosie, passioni e bassi istinti. L’ “amore” era un ottimo razionale. Irreprensibile scelta basata sul solo incastro mentale il cui fine era la concordia e l’armonia esistenziale. La coppia non era forma socialmente perfetta ma un’opzione, una delle tante. La gente era felice perche’ nient’altro conosceva e di null’altro aveva bisogno. Ognuno era un ingranaggio necessario ma non sufficiente, indispensabile ma sostituibile, impeccabilente collocato. I piu’ nascevano perlopiu’ per lavorare e pagare le bollette. Alcuni venivano scelti come riproduttori per scongiurare l’estinzione e, come disse il dottore: per tutti era un onere ed un onore ( ma i piaceri erano altri).  Alcuni pero’ sapevano anche stupirsi del blu del cielo, del sapore del cibo, dell’ affascinante equilibrio della natura.Non esistevano uomini o donne, solo individui].

La cassetta numero 1 termino’.

***

QUella cassetta non spiegava proprio nulla. Nel vuoto del silenzio, lui rimase solo con i suoi interrogativi. QUindi dove si trovava? Da dove veniva? Perche’ era li? Di chi era quella voce di prima? Tra cosa avrebbe dovuto scegliere? Era da solo li’ o c’erano altri come lui? Beatrice era vera o era frutto della sua immaginazione? Erano ricordi quelli che aveva visto? Non lo sapeva. Non sapeva niente.

“Dove sei? Fatti vedere!” Urlo’.

Silenzio.

“Fatti almeno sentire! Ti prego spiegami! Dove sono? Qual e’ il senso di tutto questo? Dove mi trovo? Perche’ vuoi che veda queste stupide cassette?”

Silenzio.

***

Le cose erano cosi’ e non altrimenti. Non aveva nessun’altra opzione: non poteva che andare avanti se non per quella via: cosi’ inseri’ la seconda cassetta nel mangianastri del Tv e, come la prima volta, lo schermo si accese e comparve una scritta: {Atto2}

***

{Atto2}

DI nuovo Lui nello schermo.  Non piu’ una citta’ ma giacigli e capanne fatte da mattoni di fango e legno tutto attorno. C’e’ una coppia tra gli arbusti, gemono stretti uno all’altra. Una dozzina di bambini corre loro accanto. I fanciulli per un istnate li notano ma poi , incuranti, tirano dritti continuando il loro gioco. Una donna sta camminando nella sua direzione. E’ Beatrice. I suoi occhi sono diversi, brillano di una luce strana.

“Ehi tu! Non ti ho mai visto da queste parti…” Lei gli si avvicina.

(Gli e’ vicina piu’ di quanto lui si aspettasse) Gli passa una mano sul petto, lo squadra, gli gira attorno.

” Sei nuovo” sibila con voce sensuale mentre gli annusa il collo.

Il fiato di lei gli fa salire un tiepido brivido dal fondo della colonna vertebrale. Beatrice lo prende per mano e lo porta sul alto della strada. Lo guarda, gli si accovaccia in grembo. Lui sente le natiche della donna premere sul suo membro che non s’attarda a reagire a quel contatto. Lui si sente elettrizzato. Sente il sangue affluirgli tra le gambe e la sua mente si offusca. Senza nessun preambolo, lei gli slaccia i pantaloni, divarica le gambe e sollevando la gonna lo fa scivolare dentro di se. Lei e’ calda, accogliente. E’ una sensazione incomparabile. Dimena i fianchi poggiando le mani sulle spalle di lui, mentre lui la tiene per la vita. Lei spinge sino a che inclinando la testa all’indietro non esplode. Una volta, poi una seconda seguendo il medesimo rituale. Le si dipinge un’espressione che sembra di dolore sul viso, reclina il capo e lui la sente contrarsi mentre lei gli affonda le unghie nelle carni. Poi ad un tratto, incontenibile, dilaga anche l’orgasmo di lui che riempie Beatrice, per un istante ebbra e saiza. Lui si sente appagato, rilassato. E’ molto meglio questo mondo, pensa Lui guardandola. Si appoggiano l’uno all’altra per un breve istante, con il fiato corto. Lui vorrebbe abbracciarla, cosi’ si allunga per baciarle le labbra e stringerla

” Ma che diamine fai” gli urla lei mentre si ritrae. Beatrice si alza, lo scavalca, lasciandolo la’ seduto ed incredulo. Lo sperma le cola tra le cosce e lei con le mani lo spalma per ripulirsi, poi si asciuga le mani nella maglia e senza nemmeno voltarsi se ne va.

“E tu chi diavolo sei? Cosa ci fai qui?” Un uomo lo osserva dall’alto mentre Lui e’ ancora seduto tra i cespugli con i pantaloni slacciati.

“Ti sei accoppiato con una delle mie femmine?” gli si avvicina, si china, gli annusa i genitali e senza nemmeno aspettare una risposta gli assesta un colpo in pieno viso.

Lui sviene. E resta li’ totalmente solo.

[Era la citta’ Oscura il cui equilibrio volubile seguiva la legge del “piu’ forte”. C’erano branchi di uomini e donne. Matriarche o PAtriarchi al comando. Si trattatava sovente di Maschi o femmine fisicamente predominanti o mentalmente carismatici capaci di attirare attorno a se cerchie di partner sessuali. Ma gli equilibri erano fragili e nessun potere durevole. Ogni giorno gli uomini si muovevano guerra tra loro. Eppure sotto il comando dell’istinto e delle passioni la gente trascorreva un’esistenza felice (e felicemente lasciva) . Del resto nient’altro conoscevano e men che meno di altro avevano bisogno. Non esistevano lungimiranza, premeditazione o calcolo nei rapporti, solo impulsi e riflessi che nessuno mai si poneva il problema di controllare. L’amore era trasporto, eccitazione ed impeto della durata d’un orgasmo. Raggiungeva il suo picco e si eclissava per rinascere ogni volta. Regno di guerre e sofferenze ma qui più che in ogni posto anche di profondi gaudi e soddisfazioni. Tra loro si odiavano ed amavano con immenso trasporto. Eppure l’esistenza d’ognuno nel suo complesso era solitaria perche’ nessuno s’interessava mai realmente a nessun altro, ciascuno non poteva far altro che bastare solo a se stesso].

***

“Ora è tempo del terzo atto” disse la voce

***

{Atto3}

Una donna, sdraiata sulla schiena, nel letto di una sala parto spinge con tutte le sue forze. SPinge fuori di se una nova vita. Butta fuori una nuova creatura dandola in pasto al modo, lasciandola nella fauci di un destino che probabilmente la guardera’ muta, lasciandola preda del dolore e delle scelte ( spesso sbagliate, estreme, imprecise). Lasciandola abbandonata e smarrita a recitare un ruolo, mentre vaga per una via( non sempre dritta), sospesa tra ragione e follia, cuore e mente.

Si risveglia e nasce tra le grida, nel caos, nel sangue, stanco ed affamato e tra le lacrime della madre un piccolo essere. E’ un maschietto, grinzoso e sporco di muco. L’ostetrica lo pulisce, lo soppesa, lo misura. Lo avvolge in una coperta azzurra e lo restituisce per la prima volta alle braccia della madre.

“Lui e’ Dante” dice lei piena d’orgoglio e tra i singhiozzi, mentre stringe la mano del compagno in quella piccola stanza d’ospedale con delle stelle disegnate sulle pareti.

[Da qui inizia il tuo viaggio, da qui inizia la tua scelta (e la tua commedia)]

{E da dove parte tutto questo tutto se non da una selva oscura?}

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

{E chi ci pensa ad Ursula?} [Il finale]

[parte1] – [parte2] – [parte3] – [parte4]

Da qui in poi la storia è quella che tutti conosciamo. Ariel firmò un contratto nel quale in cambio della sua sola voce acconsentiva a poter godere del privilegio momentano di ottenere due belle gambe per poter camminare sulla terraferma per fare innamorare il suo affascinante principe. Se fosse stato vero amore il potere di quel “sincero” sentimento avrebbe sigillato l’incantesimo facendo divenetare Permanente la condizione di Ariel Che avrebbe potuto trascorrere la sua intera esistenza al fianco del suo amato. Aveva 3 giorni per compiere la sua missione Ma… in caso d’errore l’anima di Ariel sarebbe diventata di Ursula. Per sempre. (Almeno stando ai patti).

Pareva un buon compromesso, vantaggioso per tutti. Un accordo attraverso il quale ognuno avrebbe ottenuto se non ciò Che voleva, magari quel che meritava, pensò Ursula.

E tutto sarebbe potuto andare per il verso giusto (forse). Per una volta Ursula avrebbe avuto una cosa bella tutta per se: la voce di Ariel (perchè chi fa qualcosa di così impegnativo per niente? Esigi una prestazione stra-ordinaria e devi essere disposto a pagare un prezzo elevato. Non è così che funziona il mondo?). Che poi… se proprio vogliamo dirla tutta l’unica cosa che Ursula avrebbe tenuto per se era effettivamente solo la voce di Ariel. Una voce in cambio di 3 giorni felici ed un potentiale “e vissero felici e contenti”, chi ti offre così tanto per così poco? Quanto alla “maledizione” (per essere più precisi: a quelle che venne definita tale) che l’incantesimo aveva fatto incombere sull’anima di Ariel quello, ci terrei a precisare che era solo il sacrificio energetico necessario al compimento dell’incantesimo, non vi era nulla di personale. Come già ho avuto occasione di dire: la magia alchemica si basa sullo scambio equivalente, essa nulla crea, nulla distrugge ma tutto trasforma. E l’energia dell’incantesimo nel caso in cui non avesse potuto sostentarsi sul sentimento di vero amore avrebbe dovuto richiedere altrove il proprio pegno. (Che poi scusate, ma Cosa avrebbe dovuto fare Ursula: sacrificare se stessa per i capricci di una principessina viziata che sbatteva le pinne?)

Insomma pareva che per una volta, una sola volta nella vita di Ursula, la giustizia avrebbe fatto il proprio corso. Se Ursula (come in effetti accadde) avesse avuto ragione nel dubitare della profondità dei sentimenti d’amore tra i due giovani, il destino delle cose avrebbe anche finalmente punito la leggerezza di Re Tritone che aveva ingiustamente esiliato Ursula anni addietro e lo avrebbe fatto per vie traverse, dando una Sonora lezione alla sua sciocca e viziata figlia. Ariel, in quel caso, dal canto suo avrebbe potuto imparare il dono dell’umiltà, la temperanza e la pazienza(doti che con tutta evidenza ancora le mancavano); ma soprattuto avrebbe sperimentato la difficoltà esistenziale dell’essere in un corpo Privo di Grazia e bellezza e avrebbe imparato ad apprezzare l’amore che pur avendo ricevuto sino ad allora aveva dato per scontato. (Che ti amino per come sei, non è scontato… ed Ursula lo sapeva bene). Non ti servono due gambe per conquitate l’amore della tua vita, il vero amore dovrebbe andare oltre…il vero amore dovrebbe puntare all’essenza delle cose. Anzi probabilmente quella sarebbe stata una lezione per tutto il regno. Affinchè ogni cittadino di Atlantica s’interrogasse sulle proprie cattive azioni, perchè erano state quelle a trasformare Ursula in ciò che era diventata. Forse il regno intero avrebbe iniziato a riflettere sulla propria frivolezza e, pensando ad Ariel, avrebbe imparato a divenire grato dei doni ricevuti (magari più Clements con chi di doni apparova privo) E perchè no?! Forse avrebbero imparato anche a paventare il potere della “temibile Ursula”. Avevano bisogno di una strega cattiva: l’avrebbero avuta. Del resto se non poteva essere amata nè accettata, quantomeno avrebbe potuto cercare di esigere un pò di rispetto e consideratione attraverso il timore reverenziale…

Che Poi magari chissà dopo qualche anno, quando l’energia richiesta dal sacrificio avesse iniziato ad esaurire la sua portata, avrebbe anche potuto cercare le energie per liberare Arliel…insomma eventualmente e per buona condotta.

Questo era il piano e, come dicevo, tutto sarebbe potuto andare per il verso giusto…. se solo Ariel non fosse stata aiutata dalla sua schiera di servitori! Ma chi aveva Ursula dalla sua parte? Due Anguille. Un pò tonte, fisicamente debosciate prive di volontà oltre che di coraggio, ma erano le sue uniche confidenti fidate. Due amiche che fecero una brutta fine nello scontro finale con re Tritone che con un solo colpo le polverizzò, distriggendo l’unico contatto emotivo di Ursula con altri esseri Viventi, frantumando una volta per tutte il suo piccolo fragile cuore.

Lo sapete già come andò a finire. Il contratto, dopo che Ariel godette dei privilegi del suo desiderio, venne forzatamente rescisso ( Ma si sa la legge è uguale per tutti -a Patto che tu non sia un nobile-; che i Patti vanno rispettati – Ma sino fino a che fa comodo-, e che i debiti vanno saldati – ma Anche no-).

La cosa più ridicola di questa storia fu che Ariel non solo venne perdonata immediatamente e completamente ma alla fine riuscì persino a veder esauditi i propri capricci perchè il padre l’accontentò! Nemmeno per un secondo dovette fronteggiare le conseguenze delle proprie azioni. Infatti, scoperta dal solerte genitore non venne punita per la sua disubbidienza ed in più, quando il terzo giorno tramontò senza che Ariel avesse ricevuto alcun segno d’amore dal Principe e il maleficio avrebbe dovuto compiersi… non accadde. Ariel Aveva desiderato, aveva voluto, aveva ottenuto ma… al momento di pagare … ecco la solita storia… “Ursula è cattiva, Ursula è malvagia”. Il padre, dall’alto dello sconfinato amore di un genitore per il figlio si sarebbe persino sacrificato per lei, avrebbe lasciato l’oceano nelle mani d’altri, avrebbe condannato il regno alla rovina…per la libertà dell’adorata ma sconsiderata figlia. (E questo amore Ursula non poteva proprio comprenderlo perchè mai lo aveva ricevuto)

Il padre intervenne, i sudditi come un esercito si schierarono contro la strega facendo gioco di squadra e Il contratto venne forzatamente stracciato, Ariel riacquistò la voce e la conseguenza più terribile fu che l’incantesimo originario fatto da Ursula, Che ancora necessitava di energia, le rimbalzò addosso. Così “la perfida Ursula” era stata sconfitta. Bel ringraziamento. Ma Ursula non aveva forse accontentato Ariel? Non stava forse solo esigendo ciò che, stando ai patti originari (che Ariel, perfettamente in grado di intendere e volere, aveva siglato), ciò che sarebbe dovuto essere suo di diritto? (Ariel era minorenne, non minorata. Se a 16’anni vieni considerata abbastanza grande per sposarti lo sei anche per essere ritenuta responsabile delle tue decisioni! E quella era stata una richiesta oltre che decisione di Ariel. Alla quale i termini e le conseguenze etano stati pienamente illustrati. Ma no… due pesi e due misure, come al solito.. povera Ariel bambina ingenua, circuita dalla perfida strega!). Nessuno aveva obbligato Ariel a rivolgersi ad Ursula, nessuno l’aveva costretta a firmare il contratto. Alternative ne aveva, ma la ragazzina aveva scelto la via più semplice. Avrebbe potuto cercare di presentarsi al principe con le sue vere sembianze anzichè cercare di circuirlo ingannandolo. Anzichè fingere di essere quella che non era. Avrebbe potuto pazientare per conoscerlo meglio prima di decidere di compiere quel sacrificio per uno sconosciuto. Quindi a ben guardare ed a conti Quale era la colpa do Ursula? Quella di aver esaudito il desiderio della principessina? Quello di averle donato i 3 giorni di felicità che desiderava per darle modo (eventualmente) di conquistate la propria desiderata potentiale felicità perenne? E Ursula cosa aveva avuto in cambio? Ursula che 3 giorni di felicità mai li aveva avuti in vita sua…

“Evviva la strega è morta” gridava il popolo di Atlantica mentre re Tritone donava ad Ariel le gambe tanto anelate. Ursula venne sconfitta e la storia riscritta ed imbastita di bugie. Come il fatto che Ursula avesse attirato Ariel nella sua grotta, che la spiasse da giorni. Ariel aveva fatto tutto da se. Che la “strega” confabulasse alle spalle del regno. Ursula avrebbe solo desiderato stare tranquil. Come il fatto che avesse cercato di sabotare l’incontro tra Ariel ed il principe. Che, prendendo le sembianze di una bellissima Donna, si fosse messa tra loro per impedirne il matrimonio (anzi a ben guardare è stata Ariel a distruggere i sogni di un’altra ragazza pur di accaparrarsi il principe)
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La volete conoscere la verità sulla storia d’amore tra Ariel ed Eric?La verità è che dopo che la sirena ottenne le gambe per via dell’incantesimo di Ursula, Ariel ed il principe trascorsero 2 giorni insieme ma la scintillà non scattò. Del resto il principe, per quanto fosse affascinato dall’avvenenza di Ariel non era granchè felice di sposare unanragazza muta. A lei infatti preferì un’altra donna:Vanessa. A quest’ altra donna Chiese la mano ma poi quando Ariel ottenne la voce indietro, scoperte le nobili origini della ragazza, il principe cercò far ricadere la colpa del suo colpo di testa sulla strega e, rifiutando Vanessa, l’allontanò aftermando Che la donna fosse Ursula sotto mentite spoglie. Ma Se Ursula avesse avuto la possibilità di trasformare se stessa in una avvenente fanciulla lo avrebbe fatto da tempo. Ariel preferì credergli ma visto che il principe era così farfallone da invaghirsi d’ogni gonnella con una bella voce, io fossi stata in Ariel , già all’epoca, mi sarei fatta due domande e data Quattro risposte. Nessun fascino era stato imposto al principe, lo sbavare per un’altra fu una cosa che nacque da se (e poi ovviamente, per discolparsi “è stata la strega!”). Le cose tra Ariel ed Eric sono andate come dovevano andare perchè l’amore vero (a patto che esista) non può nascere in 3 giorni. Che in seguito s’innamorarono sì…(del resto erano entrambi mobili,ricchi, giovani, belli… e frivoli) ma occorse del tempo. Ed in parte, a dirla tutta, poi Ariel sposò il principe anche perchè dopo tutto quel casino si sentì quasi come se non potesse fare altrimenti e poi, a quei tempi per il sup rango: così si usava… ed Eric, in fondo, era un nobile, ed era meglio di quei sirenetti vezzosi che aveva conosciuto.

I vincitori raccontarono la loro versione che diventò l’unica possibile per chi l’ascoltava.

[Video di come NON andarono le cose]

Ma chi ci pensa ad Ursula? Chi mai si è preso la briga di raccontare la sua versione? Di capire le sue ragioni? È forse Ursula l’unica in errore in questa storia? No. Eppure è l’unica ad aver pagato un prezzo così alto. A volte il cattivo è cattivo solo perchè ha perso. A volte il cattivo è in errore solo perchè è uno contro tutti. A volte il cattivo viene fatto diventare tale. A volte il cattivo non È poi così cattivo. È questa la verità…

***

Dita rotonde scrivono la parola “fine” e poggiano il calamaio sulla scrivania di pietra ricoperta di sabbia. Una figura sola, ormai lontana persino dai confini di Atlantica si stringe nelle spalle (o almeno quel che delle spalle le è rimasto). Guardandosi nello specchio di una conchiglia, gonfia il petto e sorride al suo riflesso. E chi ci pensa ad Ursula? Ursula pensa ad Ursula! Ripete tra se Ursula, sola ma viva, mentre chiude quel libro delle memorie che ha appena concluso.

{E chi ci pensa ad Ursula?} [Pt. 4]

[parte1] – [parte2] – [parte3]

-È questo il posto dove abita la strega del mare?- squittì timorosa una flebile vocina dopo aver battuto due colpi sull’uscio di pietra.

-Entra bambina…entra pure… sei nel luogo giusto per trovare risposta ad ogni tua domanda- intimò una profonda voce femminile in tutta risposta.

Quel grazioso e tentennante cinguettio era quello di Ariel. La piccola pur non riuscendo a comprendere se le parole che aveva appena udito le sembrassero rassicuranti o spaventose, come chi non è abituato a temer davvero nulla, scosse le spalle, e ne assecondò l’invito.

La porta della grotta si aprì ma solo per richiudersi rapidamente alle spalle della giovane sirena. Fu come se un braccio invisibile o una corrente avesse aperto l’uscio, avesse risucchiato Ariel all’ingresso, e avesse sospinto di nuovo la porta ma calibrando perfettamente la potenza del colpo affinchè quest’ultima, da sola, si sbarrasse.

Ariel, spaesata, da sotto le lunghe ciglia nere iniziò a guardarsi attorno con i grandi occhi dagli iridi verdi. Occhi in quel momento stupiti e a caccia di luce. Fu solo quando la vista si abituò a quell’ambiente oscuro che, nella penombra, le sagome di quella stretta stanza presero forma e si riscoprì circondata da ampolle d’ogni fattura e dimensione. Mensole scavate direttamente nella dura pietra fornivano a quel luogo una nota sfacciatamente lugubre. Erano Come sepolcri ma piene di scrigni dai quali spuntavano Strani intrugli, unguenti dal tanfo nauseabondo ed oggetti, per una sirena dabbene come Ariel, mai visti prima (oh… del resto Ursula era una donna sola!). Libri pieni di lische di pesce usate come segnapagine giacevano accatastati gli uni sugli altri su scaffali pieni di sabbia. Ariel vivendo a palazzo possedeva una schiera di solerti servitori e dame di compagnia rinomate in tutta Atlantica per la loro efficienza, non aveva mai visto il disordine (nè mai s’era posta il problema di Dover riordinare). Si scoprì affascinata da quel caos per lei così inusuale. La sua esistenza, del resto, era stata sino ad allora scandita da ordine, equilibrio e compostezza e quello che le si parava di fronte pareva essere proprio quel pizzico di pepe affascinantemente proibito che stava cercando!

Ad un tratto però…uno strano presentimento iniziò ad ottenebrare la mente di Ariel. Un dubbio insistente solo a quel punto iniziò a palesarsi alla sua coscienza. “E se avessi sbagliato a venire sin qui?” “Non c’è forse una ragione per la quale papà mi ha vietato di entrare nei territori della strega del mare? Forse non avrei dovuto disubbidirgli…” “papà…” Ma ripensando al padre, quella stessa rabbia che aveva alimentato la determinazione che le aveva fatto lasciare I confini di Atlantica, sospingendola sino alle pendici di quel luogo desolato, le ricordò del suo desiderio frustrato proprio da quel genitore al quale in quel momento si stava preoccupando di disobbedire. Fu a quel punto che il fervore della memoria della strigliata paterna fece riaccende nuovamente il fuoco di quella sua adolescenziale ribellione, rafforzando così il suo convincimento relativo alla giusta necessità di trovarsi in quel posto. Così facendo, accantonò una volta per tutte il timore; e quei ( giusti) dubbi che per un solo momento avevano fatto capolino, come spie d’avvertimento ignorate, si Spensero e, nuovamente, s’inabissarono obliandosi nel nulla. Ariel strinse i pugni, raddrizzò la schiena, convinta più che mai di ciò che stava facendo e di ciò che avrebbe voluto ottenere, ignara che due occhi, dall’altro capo di quella piccola oscura dimora, erano puntati su di lei. Fu dopo aver scosso elegantemente il capo per spostare una ciocca di Capelli rossocorallo che sul fondo della stanza finalmente la vide: Ursula.

Maestosa e giunonica, una creatura polpiforme incombeva in quella piccola stanzetta. La presenza imponente dal temperamento da primadonna, Stava là, con un fare sguaiatamente sensuale. Una mano appoggiata sul fianco promisquo e l’altra sullo scaffale. Il viso tondo appariva deformato da un ghigno compiaciuto mentre Le spire dei tentacoli, ilari come avrebbero potuto esserlo le code di otto cani eccitati, le danzavano attorno. Le guance paffute ricoperte di phard (waterproof) rosa luccicavano nella penombra ed iniziarano a danzare gelatinose quando le labbra rosse della strega dischiudensosi mostrarono denti bianchissimi tra i quali Ursula sibilò:

-maccchepiacerehvedertiqui! Piccola…graziosa… sirena…!- e mentre lo diceva allargò le braccia per simulare un abbraccio. Poi le braccia le strinse attorno al proprio petto e cingendosi spremette tra gli omeri il prosperoso seno facendolo risaltare piu di quanto non facesse già.

Ariel, osservandola, pensò di essere felice della sua figura snella e della sua 3^ coppa C, mentre i budelli sotto le braccia di Ursula tremolavano ad ogni suo movimento ed il seno enorme in quel momento costretto e strizzato tra le braccia quasi le sfiorava il mento. “Chissà senza reggiseno dove le arrivano, pensò”. Ma tosto smorzò la risata che quel pensiero le stava per far salire dal fondo della gola e, ricomposta l’espressione del viso che istintivamente (e per una frazione di secondo) le si era tesa in una smorfia giococonda, sfoggiò il suo più smagliante ed accattivante sorriso. Quella era l’espressione che aveva imparato a vestire quando voleva rendersi adorabile agli occhi di qualcuno. Decise Che avrebbe scandito le parole con voce sommessa ed un tono dolce. Il fare civettuolo, aveva imparato, Che corrompeva solo l’altro sesso. Ma un’altra donna ah sì… lo sapeva, era più complessa da ammaliare. Avrebbe usato la maschera da “bambina graziosa” e la strega, sicuramente si sarebbe sciolta alla vista di tanta innocenza. In quel modo sicuramente avrebbe deciso di aiutarla. Del resto, ci cascavano sempre tutti, pensò.

-Io… ecco….insomma bella casa, sembra piena di così tante cose interessanti- disse sbattendo le lunghe ciglia sopra il più dolce dei suoi sorrisi. Si aspettava una risposta in cambio, del resto quello era il normale rituale cortese del far gli onori di casa. Ma l’espressione di Ursula non si addolcì nè la strega replicò. Piuttosto la fissava con le labbra strette ed uno sguardo indecifrabile. Così Ariel, questa volta tentennando (forse, pensò, avrebbe dovuto cambiare strategia…) ridacchiando inclinò la testa di lato:

-Ehm… Sì…insomma, Grazie per l’accoglienza…- e sorridette di nuovo.

Ursula, da anni avvezza alle prese in giro, divenuta con il tempo maestra nell’interpretazione del linguaggio del corpo, aveva colto quel guizzo smorzato durato una sola frazione di secondo nello sguardo di Ariel e tanto le era bastato per intuire il genere di pensiero che poteva aver avuto quella ragazzina. Quella stessa espressione, quando ancora viveva ad Atlantica, luogo dove tutte le sirene sono esteticamente “dal perfetto in sù” l’aveva vista non aveva più idea nemmeno lei di quante volte: Ariel aveva sicuramente pensato ad una cattiveria sul suo aspetto. Quando Jetsam e Flotsam venti minuti prima l’avevano avvisata dell’imminente arrivo di Ariel, mentre si rifaceva il trucco nel tentativo di mostrarsi al meglio alla nuova ospite, Ursula era stata investita da una sensazione strana. Si sentiva euforica e allo stesso tempo infastidita. Non sapeva proprio dire se fosse o meno lieta di quella visita. Erano anni che non interloquiva con altri esseri intelligenti, certo a parte Flotsam è jestsam (che a voler essere precisi non è che si potessero definire propriamente intelligenti). Ed in realtà non è che anche prima fosse mai stata particolarmente avvezza alle conversazioni a dire il vero, ma Forse… quell’incontro avrebbe potuto dare in qualche modo una svolta alla sua esistenza! Chissà, pensava allora, forse Ariel avrebbe potuto portare qualche bella novità. Una sola cosa era certa: in quegli anni, immersa nella sua solitudine, era persino arrivata a pensare che in fondo, in fondo Altantica le mancava. Ma in quel momento, di fronte ad Ariel e quella sua espressione così sfacciatamente ipocrita, tutte le ragioni che l’avevano spinta all’ abbandono della città, così come il ricordo della condanna e dell’ ingiusto esilio, tutto tornò a pulsarle in mente. Uno ad uno i fotogrammi di quel periodo, rimasti confinati nella sua memoria tornarono in superficie affilati per aprire ferite che credeva ormai cicatrizzate da tempo. Fu allora Che S’incupì. Per un istante fu tentata di stringersi nelle spalle vergognosa, come faceva da bambina ma poi sì ricordò…si ricordò chi era e chi era diventata: lei era la temibile Ursula strega del mare (o no?). Di cosa doveva aver mai paura? Di cosa avrebbe dovuto vergognarsi? Lei non era strana, non era brutta. Lei era Unica! Così stette al gioco e con il tono più affabile che le riuscì di usare mostrando i denti con sin troppo entusiasmo quasi urlò:

– Oh ma Grazie, grazie! Ma con un viso così tu non puoi che essere Ariel, Giusto? – le era pesato pronunciare quelle parole ma Sorrise – massì certo che sei tu! Bambina sei rinomata in tutto il regno per la tua bellezza… almeno per una volta, devo ammetterlo, I rumors non mentivano! – Disse questa Ultima frase come a volerla sussurrare tra se e se mentre la sua mente si affollava di tristi ricordi. -ma dimmi cosa ti porta fin quaggiù ed in che modo io, umile servitrice del regno, posso aiutarti?-

-Ehm, ecco io…- Si fece coraggio Ariel, pensando “l’ho agganciata!” -ecco… vorrei diventare un essere umano. Vorrei due gambe. Ieri mi sono innamorata di un ragazzo che vive sulla superficie. È anche un principe… e ho deciso che voglio ritrovarlo e trascorrere tutta la mia esistenza con lui… così Ursula.. ho bisogno del tuo aiuto perchè mio padre, re Tritone mi ha vietato di andare nel mondo di sopra.. ed io… Non so proprio come fare- disse quasi tutto d’un fiato.

Ursula era così stupita dalla frivolezza della ragazzina che per un millisecondo fu tentata di rimandarla a casa dal padre dopo averle dato una tirata d’orecchi.

– Ma…- cercò di ribattere

– oh No Ursula ti prego, tu sei la mia unica speranza- la interruppe Ariel- se hai un cuore, dovresti aiutarmi!-

(Quante volte in passato Ursula aveva sentito quella frase…)

“Se hai un cuore” pensò Ursula tra sè. “Sì, mi sarebbe piaciuto poter provare il lusso di averne uno…” poi gli occhi della strega si posarono sul viso simmetrico della bella sirena, sui suoi Capelli rossi, sulla sua pelle perfetta. Gli occhi della piccina ardevano nel tentativo di trovare soddisfazione al prorpiro capriccio. La natura è proprio ingiusta, pensò. Questa sciocca ingrata, possiede tutto…ha trascorso un’esistenza perfetta, in un regno magnifico, circondata da una famiglia amorevole, ricchezze, bellezza… possiede già tutto ma vuole di più!

Intanto, nel timore d’esser contrariata e di Dover lasciare quel luogo insoddisfatta, Ariel decise di giocare tutte le carte Che aveva a disposizione: la differenza di livello sociale.

-E poi te lo chiedo espressamente in quanto principessa, quindi il mio è un ordine regale!- disse sbattendo le pinne con fare autorevole.

Pareva proprio una bimbetta capricciosa…massì, allora sai che c’è? accontentiamola, sì.. Diamole ciò Che desidera, pensò Ursula. Del resto io, sono o non sono la STREGA del mare? E a punirla, non sarò nemmeno io, bensì saranno la sua leggerezza e la sua sconsideratezza. Sarà una Pena per analogia: ma del resto, se l’amor che millanta è vero amore, tre soli giorni basteranno per un bacio, no? E se vero amore non fosse, se come Icaro, sciolte le sue ali di cera cadrà, Non sarà di certo colpa mia. Io le avrò solo dato solo ciò che desidera…

Ursula era quasi certa che gli stessi desideri della ragazzina le avrebbero impartito una lezione. Del resto lei, in fondo a quel sassolino che per comoditè chiameremo cuore, all’amore non credeva affatto.

-Certo che posso aiutarti, e il prezzo da pagare è piccolo, piccolo: dovrai solo donarmi la tua voce per ottenere la felicità che desideri: le gambe. (Dal momento che sei convinta che la tua felicità risieda in un bel paio di gambe).

[Finale]