L'{inutile} affanno della mosca {che si crede} in trappola

sketch1528896115767.pngTalvolta ci comportiamo come mosche.

Intrappolati dietro una finestra con il desiderio di uscire, in preda al panico continuiamo a sbattere la testa contro il vetro e ci affanniamo sprecando un sacco di energie inutilmente… quando bastebbe calmarsi e fare un voletto all’indietro per rendersi conto che la soluzione era solo pochi centimetri più in là.

BABY TALK {Trottolino Amoroso Dudu-dadada’}

…ci chiederemo come mai
il mondo…. sa tutto di noi…
Magari ti chiamerò:
” Trottolino Amoroso, Dudu dadadà”
Ed il tuo nome sarà
il nome di ogni città.
Di un gattino annaffiato
che miagolerà…

{Vattene Amore- Minghi/Mietta}

Vi sara’ capitato almeno una volta nella vita di trovarvi di fronte una coppia di adulti ( o ad essere voi stessi nei confronti del vostro partner) preda di deliri iperglicemici. Con l’ espressione ” delirii iperglicemici” faccio riferimento a due atteggiamenti in particolare: riferirsi al partner utilizzando i piu’ stravaganti nomingnoli affettuosi (dal tenore zuccherino di un mashmallow glassato con del caramello e ricoperto con una abbondante spolverata di zucchero a velo) ed esprimersi utilizzando “vocette” da cartone animato della Warner Bros.

Ebbene sappiate che se e’ successo anche a voi di essere spettatore, preda (o vittima) di questi momenti Super-SugarSugar non solo (come potete immaginare) non siete soli ma….la psicologia è pronta a spiegarvi perchè! Si tratta di un fenomeno che in psicologia viene definito “Baby Talk”, un atteggiamento che, come alcuni studi dimostrano, pare essere comune a (quasi) tutte le coppie innamorate.

[Ho incrociato per caso un articolo in cui si citava il baby talk e, sentendomi chiamata in causa, mi sono incuriosita ed ho fatto qualche piccola ricerca che qui vi riassumo in maniera moooolto blanda. Infatti, non so voi, ma io quando ho letto che hanno pensato di sottoporre questo fenomeno alla lente d’ingrandimento sistematizzante della psicologia, ho quasi tirato un sospiro di sollievo all’idea che non solo, come mi era capitato di verificare io stessa in maniera diretta o indiretta, fosse una prassi del tutto comune in una coppia, ma che alcuni avessero persino pensato di condurre degli esperimenti al fine di poter dare a questa attitudine una spiegazione un pochino piu’ soddisfacente rispetto al “mi sono rincogl*** del tutto” ( perdonate il francesismo ma qualunque altro sinonimo non sarebbe stato in grado di rendere l’idea particolare che volevo esprimere..)Comunque tornando a noi….]

Questo modo “infantilizzante” di rivolgersi al proprio partner ha una sorta di propria dignita’ ( per quanto difficile possa essere pensarlo) ma soprattutto ha una genesi ben precisa: esso, infatti, da ciò che si è osservato, viene utilizzato dalle madri di tutto il mondo e pare proprio essersi sviluppato in origine per favorire l’acquisizione del linguaggio nei bambini. Ma non solo! Questo e’ a trecentosessanta gradi un atteggiamento affettuoso attraverso cui una madre esprime e rinsalda il legame d’amore con il proprio pargoletto.

Gli studiosi non potendo non notare l’affinita’ tra i due atteggiamenti hanno pensato in seguito che qualcosa di analogo a cio’ che accade in un rapporto madre-figlio, accadesse anche tra adulti innamorati che si relazinano tra loro con vocine ebeti e nomignoli da giocattoli Hasbro (vedi immagini per esempi).

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Le varie equipe di psicologi hanno così concluso ( ed in effetti, intuitivamente, ci arriverebbe anche una melanzana) che due adulti parlando in questo modo cercano di dimostrarsi reciprocamente cura, protezione e vicinanza. La costante sarebbe ( ed anche in questo caso ci voleva proprio l’intuito da melanzana): la volonta’ di dimostrare amore, affinità e attaccamento.

(Poi alcuni psicologi hanno cercato di rimarcare la volonta’ tra due partner di rivivere sulla pelle l’uno dell’altro il primo personale rapporto d’amore con un altro essere umano: quello con la propria madre. Cooomunque…).

Tra gli articoli che ho letto sul baby talk devo dire di aver personalmente ritenuto tra le teorie piu’ interessanti quelle in cui si parlava di baby Talk come (quello che io definirei) una specie di linguaggio tra parentesi. Mi spiego meglio: il baby talk pare essere in grado di trasportare l’adulto in un “mondo” in cui egli possa sentirsi in grado di esprimersi senza costrizioni, serietà, compostezza e tutto quel genere di restrizioni a cui gli adulti sono continuamente sottoposti. I soggetti di un rapporto a due servendosi del proprio personale linguaggio di coppia costruiscono, intatti, un una sorta di “gioco di ruolo” che aiuterebbe loro non solo a dimostrarsi reciproco affetto ma contruibuirebbe persino a lenire lo stress dando modo all’adulto di “prendersi un break” dalla realta’. Delimitano un ambito emozionale condiviso, originale e unico i due adulti alle prese con il baby talk, struttirano un linguaggio criptato e si ritagliano uno spazio mentale con l’altro che diviene il luogo in cui possono sentirsi di nuovo se stessi e liberi dalle convenzioni sociali imposte della normale conversazione umana. Le relazioni sentimentali, infatti, possono considerarsi come mini-sottoculture autonome, rafforzate da rituali come soprannomi e altri linguaggi personali che esprimono affiatamento, cura, reciproco interesse e soprattutto estrema complicita’.

Gli appellativi sciocchi ed i nomignoli sono dunque un mezzo d’evasione e possono considerarsi veri e propri attestati d’amore. Alcuni psicologi ritengono che essi siano persino un sintomo che aiuta a riconoscere il buono stato di una relazione( anche se, come e’ ovvio che sia, il baby talk non basta di certo a se stesso: è sufficiente ma non necessario e se, per alcune coppie è necessario non è comunque di per se sufficiente) .

Quindi, in definitiva, non sentitevi idioti se vi innamorate ed iniziate ad esprimervi come la brutta copia ottenuta dall’incrocio di porky pig ibridato con Tonio Cartonio, e’ solo una prassi comune, istintiva, evolutivamente determinata, in grado di aiutare l’individuo a mantenere in salute il proprio equilibrio mentale, tipica di tutte le coppie. Poichè, come abbiamo detto, il baby talk è il mezzo attraverso cui l’essere umano esprime amore ed instaura un clima giocoso e rilassato con la persona amata…la mia domanda di verifica è la seguente: c’e’, in effetti, qualcosa di piu’ spaventoso di quando il vostro partner vi chiama utilizzando per intero il vostro nome di battesimo?!

Con le Matrioske oggi vi presento una piccola collezione di alcuni tra i piu’ comuni “nomignoli zuccherosi” utilizzati nel mondo.

L’ abbecedario del diabete

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{Self}esteem

Allora, oggi parleremo di una nota dolente ( almeno per me): l’autostima.

Io e la mia austostima, da che ho memoria siamo, senza ombra di dubbio, impegnate in un rapporto complicato ed altalentante. Diciamo che sono migliorata negli anni, anche parecchio oserei dire. Ho capito che, l’autostima, durante il corso della vita puo’ prendere differenti forme, spesso e volentieri puo’ subire grossi colpi e cascarci letteralmente sotto le scarpe ma sapete questo che significa? Che e’ duttile. Il rovescio della medaglia, ci deve portare a realizzare che allora…tanto quanto la si puo’ distruggere, la si puo’ anche ricostruire! ( Certo, si sa: distruggere e’ piu’ semplice che ricostruire ma essendo che le Fate Madrine che trasformano zucche in carrozze, ahinoi non esistono, ci tocca rimboccarci le maniche e lavorare su noi stessi). Per questo Autostima e’ un prodotto che, laddove carente, puo’ essere oggetto di un DIY (Do It By Yourself) indirizzato a riedificare laddove il mondo ha distrutto. Quindi che dire di questo bizzarro essere? Va maneggiato con cautela perchè è delicato. Poco non serve a granchè e “troppo stroppia”. Infatti, non sempre e’ quella cosa che, come cantava Dario Baldan Bembo ( ma per l’amicizia) “piu’ ce n’e’ meglio e'” ( che poi, a mio avviso questa frase non e’ verosimile ne’ rappresentativa nemmeno se siamo in tema amicizia…ma tant’e’…). Troppa austima, come è risaputo, causa “spocchia”, arroganza e superbia. Comportamenti d’overconfidence spesso scatenano atteggiamenti autoreferenziali, narcisistied ottusi, tipici di chi il bagno di umiltà lo ha trovato occupato Ma se troppa è troppo, un solo pizzico basta? Ecco che magari possiamo focalizzarci proprio su quel pizzico per edificare e rafforzare q.b., penso io.

Partendo dalle fondamenta del problema, credo che vi siano due step fondamentali per ri-costruire l’autostima di chi la ha a colabrodo (e ri-costruirsi). Prima di tutto:

  1. SMETTILA DI FARE CONFRONTI tra te e gli altri. Ognuno ha percorso la propria strada, assecondando i propri talenti, perseguendo i propri obiettivi personali in conseguenza ai quali ha operato delle precise scelte che lo hanno condotto esattamente dove e’. La verita’ e’ che anche l’altra persona ha rinunciato a qualcosa e percepisce delle carenze nella propria esistenza, ma questo e’ piu’ difficile da percepire in virtu’ dell’effetto ” erba del vicino” ( che e’ proverbialmente “semrpe piu’ verde).
  2. (A proposito di talenti) Una celebre citazione attribuita Albert Einstein recita:

    Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido.

    Pertando il secondo step consiste nell’ INDIVIDUARE IL TUO SPECIFICO TALENTO e COLTIVARLO. Ognuno di noi ne possiede uno, piu’ o meno nascosto. Non importa quanto “socialmente riconosciuto sia”. Vi sono talenti “inutili” per cio’ che socialmente viene riconosciuto utile. (Laddove all’interno della societa’ Utilita’ viene associata a: capacita’ di ricavare profitto – monetario). Ma un talento puo’ anche essere utile unicamente per noi, che importa se ” non ci ricaviamo un soldo”, ricavare del “benessere personale” influisce e influenza ogni altro aspetto della nostra esistenza, e di riflesso una persona che si relaziona in maniera pro-positiva al mondo, alle persone, al lavoro, raccoglie anche indirettamente, piu’ profitti di passivi atteggiamenti nichilistici, perche’ “se nulla fai, nulla ottieni” e se guardi il mondo attraverso lenti scure tutto ti sembrera’ piu’ buio per forza di cose. Quindi: cerca di focalizzarti su cio’ che ti riesce bene, su cio’ che ti piace fare, che questo sia: scrivere enciclopedie sulle banane, leggere elenchi telefonici senza sbadigliare, acchiappare farfalle con i lobi delle orecchie, contare le pecore recitando la tabellina del 7 al contrario, soffiare nelle canne di bambu’ mentre sei appeso al soffitto, insomma…QUALUNQUE COSA esso sia…ecco, quello e’ il tuo dono e non è inutile. Non è inutile, se non è inutile PER TE. Non è inutile sintanto che tu non ti convinci che sia così. Pertanti hai come dovere verso te stesso l’imparare a padroneggialo e farlo tuo. Perche’ e’ propio a partire dai nostri talenti che dobbiamo imparare ad edificare noi stessi. La nostra autostima nasce solo da noi.

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{I costi del} voler avere ragione a tutti i costi

Perche’ pensiamo di avere ragione

{anche quando abbiamo torto?}

Immagina per un momento di essere un soldato. Sei nel mezzo di una battaglia, non importa in che epoca, non importa per cosa tu stia combattendo, o contro chi, o perche’; nemmeno importa se tu sia effettivamente dalla parte “dei buoni o dei cattivi” (del resto la storia la scrivono i vincitori, no?). Tu sai di essere dalla parte della ragione ( che tu abbia ragione o no) ed inoltre, cio’ che e’ certo, e’ che l’adrenalina scorre potente in te e le tue reazioni sono istintive. Sei in balia di riflessi rudimentali e primitivi ed hai unico scopo: vincere! Per questo motivo DEVI: difenderti, autoconservarti e scofiggere il nemico (e non importa chi egli sia, ne’ per cosa combatta; cio’ che conta e’ che lui e’ dall’altra parte della barricata, per questo potrebbe farti soffrire e quindi … deve essere abbattuto!)

[Bene, ora che hai questa immagine in mente sei pronto per… accantonarla. Ma solo per un attimo (prometto che a breve ci ritorneremo). Ora permettimi di fare una piccola digressione].

Pensiamo allo spunto narrativo offerto dal film “Il sospetto” (2012, diretto da Thomas Vinterberg).

[Per chi non lo avesse visto:] Lucas, il protagonista di questa pellicola, e’ un uomo separato di mezza eta’ che vive e lavora come educatore nell’asilo nido in piccolo paesino (presumo in Danimarca). Nonostante sia timido ed impacciato viene ritratto come  un membro totalmente integrato nel proprio costrutto sociale. E’ stimato e ben visto da chiunque sino a che l’equilibrio si infrange e, d’improvviso, la sua esistenza e’ costretta a prendere una brusca (e terribile) svolta. Una bambina che si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato ed una piccola delusione infantile daranno, infatti, vita ad una mistura dagli effetti dirompenti. Pochi ingredienti di una (innocente) bugia che da fiocco di neve si trasformera’ in valanga travolgeranno la placida esistenza di Lucas che, in men che non si dica, finira’ schiacciato entro la morsa di un'(ingiusta) accusa per pedofilia. 

La regia, accanto ad altri temi (che non affrontero’ in questa sede o facciamo notte), riesce a rendere perfettamente un concetto: quello di “ingiusta giustizia” e volubilita’ ( nonche’ volatilita’) della verita’*. 

Da qui lo spunto di riflessione: perche’ le persone attorno a Lucas si dichiaravano cosi’ convinte che lui fosse colpevole?

In questo caso non si trattava di una necessita’ di “trovare un capro espiatorio”, l’accusa della massa non e’ il mezzo per sfogare la propria frustrazione. Non vi era cattiveria ma, al contrario, le persone GENUIAMENTE credevano che lui fosse colpevole ed hanno pensato bene di infilarlo in una rete da cui gli fosse impossibile liberarsi, una rete di “colpevolezza sino a prova contraria” (ma rendendosi ciechi dinnanzi alle prove contrarie)…ma perche’?

[La psicologia congitiva ha la risposta!]

E’ accaduto a causa di un meccanismo cognitivo chiamato “ragionamento motivato”. Si tratta di una strategia mentale di cui spesso ci serviamo (inconsciamente) per ridurre la dissonanza cognitiva**. La tedenza della mente umana e’, infatti, quella di ancorarsi alle proprie credenze ( talvolta a dispetto anche delle evidenze) invece di riflettere razionalmente sull’accuratezza dei giudizi. Spesso e volentieri noi non ricerchiamo obiettivamente informazioni ma, al contrario, cerchiamo solo evidenze che confermino cio’ di cui siamo gia’ convinti. Il nostro cervello, infatti, ha la tendenza a convergere su giudizi che riducono al minimo la percezione d’emozioni negative per quesa ragione, nel tentativo di evitare il disagio psicologico, quando ci troviamo di fronte ad informazioni ed idee che non si accordano con le nostre credenze, si attiva dentro di noi una sorta di “modalita’ difensiva” che fa si’ che  tutte le informazioni che “ci danno torto” vengano percepite come nemici. Nemici che, poiche’ rischiano di farci soffrire, desideriamo solo eliminare o mettere a tacere.

Vi fa venire in mente qualcosa questo atteggiamento? Non e’ forse la strategia autoconservativa che contraddistingue il mindset del soldato che abbiamo immaginato all’inizio?

Forse ( mi auguro) a nessuno di voi sara’ capitato di trovarsi in una situazione grave come quella del protagonista di questo film, eppure tutti noi (a ben rifletterci) ci siamo idealmente trovati a combattere da entrambe le barricate. Siamo stati Lucas e siamo stati “gli altri”, siamo stati soldati nel torto e soldati nella ragione. Per quanto si dica che la verita’ sia “relativa al parlante”, non possiamo negare che talvolta vi siano state “evidenze” che abbiamo (volutamente o inconsciamente) ignorato, ne’ possiamo ignorare che tutti noi, ciascuno nel proprio piccolo, conduca spesso e volentieri una battaglia per la propria ragione (a tutti i costi), che ragione (obiettiva) vi sia o meno.

Ci comportiamo da soldati perche’ siamo attaccati alle nostre idee e cerchiamo di difenderle, e proprio come un soldato abbiamo in mente un solo obiettivo: eliminare la ragione dell’altro laddove la sua ragione entra in contrasto con la nostra.(”Se e’ dall’altra parte della barricata rischia di farmi soffrire, per questo io devo eliminarlo!”)***

[Un ruolo diverso]

 Ora facciamo un altro gioco, immaginate di rivestire panni diversi: quelli di uno Scout****. Il compito dello Scout, a differenza del soldato non e’ quello di attaccare o difendere, il suo compito e’ quello di Comprendere. Egli mappa il terreno, identifica ostacoli potenziali. Lo scout, ad esempio, e’ quello che pensa ad un’idea per attraversare il fiume, laddove non vi sono ponti e piu’ d’ogni altra cosa egli vuole conoscere cio’ che effettivamente c’e’ attorno nella maniera piu’ accurata possibile.

Sia il soldato che lo scout sono due ruoli necessari nell’esercito e noi possiamo pensare a questi due ruoli come a due differenti mindset, due differenti impostazioni mentali per affrontare i problemi, le liti, le discussioni.

Perche’ le persone agiscono da soldato? La risposta e’: per colpa delle emozioni. Il mindset da soldato  spinge emozionalmente  a difendersi, laddove la motivazione di chi riesce a relazionarsi con il mindset da scout punta alla verita’, punta al cercare di ritrarre la realta’ anche quando e’ sgradevole o non conveniente farlo, non per prevalere sull’altro a tutti i costi, ma per capire cosa c’e’ realmente li’.

Anche lo scout e’ spinto dalle emozioni istintive ma le orienta in maniera differente. Lo scout e’: curioso, prova piacere nello scoprire nuove informazioni. Ogni indizio e’ un pezzo di verita’ di qualcosa che prende forma come fosse un puzzle, un rebus che si prova piacere a risolvere, non un ostacolo da abbattere ad ogni costo. Lo scout si sente intrigato quando scopre qualcosa che contraddice le sue aspettive. E’ aperto a valori differenti e non pensa sia una debolezza se qualcuno gli fa cambiare idea, ma la flessibilita’ e l’apertura mentale sono la sua forza. Lo scout pensa “potrei avere sbagliato ma questo non significa che sono stupido”.

QUesto non significa “avere idee da voltabandiera” ma e’ un discorso relativo al modo in cui percepiamo le informazioni che non si accordano con le nostre credenze. Dovremmo sentirci fieri di aver riconosciuto un errore anziche’ vergognarci quando sentiamo di aver sbagliato riguardo a qualcosa, intrigati invece che difensivi quando incontriamo informazioni che contraddicono le nostre credenze. Comportarsi da scout puo’ fare la differenza perche’ puo’ significare riuscire a giudicare accuratamente, e giudicare accuratamente ci porta a prendere decisioni migliori. Laddove il soldato costruisce muri e barricate lo scout erige ponti, dove il soldato aggredisce e distrugge, lo scout cerca di comprendere e costruisce.

Ponetevi una domanda: quando mi confronto con qualcuno in cosa spero…spero di confermare le mie credenze o cerco di capire realmente come stanno le cose?


*Ad esempio: a nulla serviranno le evidenze che potrebbero attestare l’ innocenza del protagonista, cosi’ come a nulla serviranno le parole stesse della bambina che, ad un tratto, confessera’ persino di avere mentito ( e alla quale verra’ risposto che “e’ stato un grosso trauma che ha rimosso” non e’ che non e’ successo e’ che”non te lo ricordi”). L’intera cittadina e’, infatti, convinta di detenere la verita’ in pugno e qualunque indizio (persino quelli che potrebbero scagionarlo) diviene una prova  da rivoltare ed usare in suo sfavore per perorare la causa contro “Lucas il Pedofilo”

**si parla di “dissonanza cognitiva” quando un individio sperimenta un disagio psicologico nel momento in cui nella sua mente percepisce due rappresentazioni mentali come  contraddittorie tra loro( siano essere idee, giudizi, pensieri, emozioni, visioni del mondo). QUindi tendiamo incosnciamente ad arginare la dissonanza cognitiva mettendo in atto varie strategie. Un esempio e’ quello della “volpe e l’uva” di cui avevo parlato in un altro articolo (qui)

***Ad esempio: pensate ad una persona genuinamente attaccata al proprio partito politico: quando il suo team sbaglia va alla ricerca di motivazioni e giustificazioni per comprendere cio’ che c’e’ alla base dell’errore ( “siamo umani, tutti possiamo sbagliare!). Ma se “gli altri sbagliano”…. Fantastico! Hai visto che pippe? O pensa di stare leggendo un articolo in cui si approfondisce qualcosa di un po’ controverso ad esempio pensiamo ad un argomento come potrebbe essere “la fecondazione assistita”. Se tu sei contro la fecondazione assistita la ricerca vuole dimostrare che la fecondazion assistita e’ dannosa allora quell’articolo sara’ ben studiato e le motivazioni che adduce saranno valide e scientifiche. Qualora invece l’articolo riportasse uno studio in favore della fecondazione assistita sicuramente inizeresti apensare che sia mal disegnato, poco rappresentativo o addirittura falsato. Questo perche’ i nostri giudizi sono inconsciamente influenzati da “quale informazione vorremmo vincesse” ed il vero problema e’ che in tutto cio’ noi pensiamo “genuinamente”, nel senso che noi pensiamo realmente di essere oggettivi e non ci accorgiamo di stare travisando la verita’ e di stare deviando i nostri giudizi.

****Scout = termine anglosassone che nel contesto militare indica il ruolo di “soldato esploratore”.