Rane e principi {tra “i” sdrucciole e piane: l’accento che fa la differenza }

 

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Ci sono rane che, dopo un bacio, si trasformano in prìncipi

… poi ci sono prìncipi che, dopo un bacio, si trasformano in rane…

{E, infine, ci sono le rane (senza princìpi) che sono rane e basta}

[Per la Collezione rane Pt. 1]

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{Fuga tra i mattoni rossi}

Abitavo in un paesino di campagna. C’eravamo solo noi, la quiete, altre quattrocentoquarantasette anime e un prete. Nello specifico vivevo al secondo piano di un complesso di due palazzine gemelle dalle facciate intarsiate di mattoni rossi. Li ricordo benissimo quei mattoni perche’ spesso, dal balcone della sala mi ritrovavo a fissare  la facciata dell’altro palazzo, ipnotizzata nel tentativo di individuare una costante logica alla geometria con cui erano stati disposti i mattoni e cosi’ finivo per perdemi nel labirinto della fuga, un tempo bianca, che distanziava un mattone dall’altro. La finestra della mia camera s’apriva su di un piccolo appezzamento di terra di malerba su cui sovente pascolavano pigre ed indolenti delle grasse mucche da latte. Soprattutto nelle giornate estive era bene che quella finestra rimanesse chiusa, sprangata, sigillata…quantomeno come pallido tentativo (illusorio) di cercare di dimenticare il motivo che, ai tempi della compravendita di quell’immobile, spinse quel rivenditore Tecnocasa tutto impettito ed impomatato a farci un “superprezzodifavore” *strizzando l’occhio* (quando non ci disse che nel prezzo era compreso l'”aroma theraphy”). Comunque per qualche tempo fu il punto luce numero tre il mio preferito: la portafinestra della cucina. Da quella postazione la finestra incorniciava un altro piccolo complesso di palazzi dall’intonaco verde. Christian abitava nei palazzi verdi, penso fosse per questo che a quel tempo mi piacevano cosi’ tanto. Lui aveva due occhi giogio-blu, cangianti che sembravano finestre su un mare in tempesta e la spruzzata di lentiggini che aveva sul naso gli conferiva un’aria impertinente e sbarazzina. Quando montava il suo sorriso migliore gli si illuminava il viso e sembrava ancora piu’ biondo. Spesso e volentieri quel sorrisetto si allargava ed esplodeva in una risata che sapeva di chiassoso ed irriverente. La sentivi proprio partire dal fondo della sua gola e ti avvolgeva. Io e Christian ci conoscemmo per la prima volta incontrandoci casualmente sul confine che separava i giardini dei rispettivi condomini. Il cancello che ci separava era basso e sembrava lo avessero realizzato apposta per fartelo scavalcare. Cosi’ ci conoscemmo anche una seconda volta ed una terza, ed una quarta, ed altre incontabili volte. A turno, un giorno scavalcavo io ed andavo a conoscere lui, un altro giorno scavalcava lui e veniva a conoscere me. 

Era un sabato pomeriggio estivo che ricordo come fosse ieri, io ero in giardino ed oziavo nell’erba, affascinata dalla scalata che un paio di formiche stavano tentando di compiere tra le fughe dei mattoni rossi del mio palazzo. Cercavano disperatamente di trascinare altrove un enorme insetto nero. Potevo percepire difficolta’ e sforzo da come tremolavano su quelle microscopiche zampette impegnate a non retrocedere nemmeno d’un passo sotto il peso della fatica. C’era un che di sadico nel mio rimanere la’ ad osservare la spossatezza delle movenze di quelle povere bestiole, dal momento che a me sarebbe bastato un nonulla per mettere quell’insetto esattamente all’imboccatura del loro formicario, se solo avessi voluto. Pensavo che avrei desiderato seguire tutto l’iter di quell’impresa se non fosse che d’improvviso Christian comparve da dietro l’angolo. Basto’ percepire la sua presenza per far volare altrove la mia mente verso questioni della mia misura.  Mi vide tra le grate del cancello e urlo’ un saluto per richiamare la mia attenzione ( ignorando che la mia attenzione fosse gia’ sua). Abbandonati i pensieri di mattoni, formiche e fughe scavalcai il cancello poiche’ quel giorno era il mio turno; ma non feci in tempo a sentire il contatto dell’erba morbida sotto i piedi che Christian, mentre ero ancora a mezz’aria, mi afferro’ per un braccio trascinandomi altrove.  ” Vieni, vieni ho una sopresa per te!”. Il suo tono entusiasta trovo’ spiegazione quando arrivammo sul giardino che dava sul retro del suo palazzo verde.  Mi dimenticai dell’arto indolenzito quando vidi che aveva disposto delle piccole margherite bianche a formare un cerchio sul prato. Ci sedemmo al centro di quella ghirlanda e là, in quel momento, mi regalò un anello.. Un anello di fidanzamento. Si trattava di un oggetto meraviglioso: una montatura semplice, su cui una enorme gemma si ergeva, fiera, eretta, preziosamente incastonata al centro. Io senza pensarci due volte, lo accettai entusiata e, quel giorno, non smisi un secondo di sorridergli.

Può sembrare una storia a lietofine ma, in effetti, non lo è (o quantomeno non del tutto).

Accadde, infatti, che a causa dei nostri nuovi impegni, con il tempo, ci scordammo persino di essere “fidanzati ufficialmente”. Io iniziai a dedicarmi anima e corpo ad una nuova attivita’. Il “club dell’elastico” si adattava meglio alle mie necessità di femmina  attiva ed emancipata. Lui, dal canto suo, decise di consacrarsi al calcio…Ma comunque credo che la nostra storia inizio’ a naufragare il giorno stesso in cui mi fece la proposta. Quando lui, tra le margherite, mi porse la confezione con l’anello, io lo ringraziai raggainte, lo scartai ed un istante dopo stavo gia’ frantumando la gemma dura sotto i denti con la foga di una vikinga. Io con appagato entusiasmo, lui… basito. Penso.. quel giorno di avere involontariamente infranto, con i miei incisivi, i suoi sogni (e le sue aspettative sulle donne…). 

Avevamo 6 anni e alla fine non ci sposammo più, ma continuammo a vivere abbastanza felici e contenti.

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{Scusami Christian, forse non ero della giusta misura per fuggire con te tra i mattoni rossi…}