La {cattiva} Maestra

[Arriva il giorno in cui ti rendi conto di essere diventato esattamente l’adulto che mai saresti voluto diventare]

Quando si e’ piccoli accade che la maggior parte degli adulti che incontri cerchi di quantificarti, di incastrarti in una categoria: quanti anni hai? In che classe sei? E domande di questo calibro. Da bambina, ingenuamente, mi domandavo perche’, piuttosto, non si interrogassero primariamente su questioni realmente imporanti; come ad esempio quale fosse il mio gusto di gelato preferito, cosa ne pensassi del colore blu, cosa avrei fatto se avessi incontrato un troll etc. Queste sono domande che lasciano maggiori spunti per definire chi sei, per quaLificarti, ritenevo. Piu’ d’ogni altra cosa pero’ ho sempre mal tollerato la domanda: cosa vuoi fare da grande?

Non che non sapessi come rispondere… anzi, i primi anni, quando iniziarono a sottopormi questa questione, avevo molte idee in merito. (Molte idee ma confuse, lo ammetto). A 4 anni volevo essere la regina del mondo. Ma a 4 e mezzo compresi che avrei dovuto optare per una soluzione piu’ modesta. A 5 anni avrei voluto aprire una cascina-rifugio per animali abbandonati. Ma a 5 e mezzo  qualcuno mi fece notare che questo fantastico (e lodevole) progetto aveva una grossa pecca: veniva a mancare di una delle principali caratteristiche tipicamente ascrivibili alla maggior parte delle piu’ comuni forme d’impiego: la remunerazione. Io, in effetti, pensavo semplicemente alla soddisfazione emotiva; ma dove e come avrei potuto procurarmi introiti gestendo un’attivita’ basata su (caccia) e raccolta di animali abbandonati…ecco, questo era un dettaglio che non avevo, sino ad allora, considerato ( certo ora posso pensare che “avrei potuto rivenderli”.. ma sarebbe stato sufficiente? Io non credo). A 6 anni, quindi, decisi che avrei incanalato la mia passione per gli animali in una direzione piu’ “concretizzante”. Cosi’ compresi che avrei dovuto optare per qualcosa che potesse garantirmi un ritorno economico sufficiente a condurre un’esistenza “quantomeno dignitosa” (come diceva mio padre). Cosi’ a “quella” domanda, dopo aver constatato che il mio veterinario di fiducia avesse una villa con piscina, per qualche tempo, iniziai a rispondere che: “volevo fare la veterinaria”. Ma a 6 anni e mezzo scoprii che “prendersi cura degli animali” avrebbe comportato terribili Oneri (piu’ che onori). Non volevo divenir fautrice d’orribili nefandezze quali sarebbero state il fare “iniezioni” o “interventi chirurgici”, “soppressioni”, “asportazioni” etc… Io pensavo che fosse come nella pubblicita’ di Barbie veterinaria: che i proprietari d’animali mi avrebbero portato il loro cagne o gatto, che io avrei dato loro una carezza, tutt’al piu’ una spazzolata e, dopo averli rassicurati del fatto che fosse tutto a posto, avrebbero pagato per la mia villa con piscina. Invece no, era un impiego orribile. Abbandonai anche questo progetto e mi trovai punto e a capo. La realta’ stava iniziando a sembrarmi parecchio cruda e il margine delle mie preferenze ancora non sottoposte a vaglio (e a bocciatura) stava iniziando a stringersi.  Un giorno, per caso, scoprii che c’erano persone che riuscivano a mentenersi dipingendo. Da quel momento (per un po’) pensai che quella dovesse essere la professione realmente adatta a me. Non avrei avuto una piscina, ma sarebbe magari stato sufficiente per una casa (di cartone). Forse (forse) avevo trovato il mio scopo, il mio talento, la mia vocazione. Del resto, ero la piu’ brava della classe in arte e mentre tutti quanti sbuffano all’idea di dover prendere le matite in mano io avrei passato la vita a disegnare. Cosi’ a 7 anni avevo deciso che avrei voluto fare l’artista. Meglio un pennello che una siringa, l’unico rosso che voglio vedere e’ quello delle tempere. Non vi dico nemmeno la faccia che fece mio padre quando glielo dissi. A 7 anni e mezzo avevo gia’ ben presenti quali sarebbero stati tutti terribili contro della carriera d’artista, compreso il “O sei la migliore o non ci fai nulla (e tu non sarai mai la migliore)”. Cosi’, tra i 7 anni e mezzo e gli 8 anni ho vissuto la mia prima piccola crisi esistenziale (Prima di molte). Crisi che duro’ sino a che non trovai come replicare in maniera finalmente soddisfacente alla domanda “Cosa farai da grande?” In quella fase della mia vita trovai  “La risposta” che pareva far entrare qualunque mio interlocutore in uno stato di vera e propia “pace dei sensi”. Accadde la prima volta, per caso, quando scrissi in un tema che “Da grande avrei voluto fare la maestra” ( piu’ per finzione narrativa che per reale desiderio, a dire il vero).  Poco dopo mi ritrovai a percepire attorno a me un clima di generale soddisfazione derivata da quella dichiarazione. Uno stato di giubilio d’insegnati e parenti che mi porto’ a maturare la decisione che quella sarebbe stata “La Risposta” definitiva. Ma …

Ma…nessuno replico’ mai. Nessun “Ma”. Cosi’ la Loro convinzione divenne mia. Pensai che quella fosse, effettivamente l’unica strada per me e con questi propositi, alla fine, sono diventata effettivamente una maestra. Un’insegnante di letteratura e storia dell’arte (certo non avrei mai potuto essere docente di matematica). Del resto aveva ragione mio padre quando mi disse: “se devi fare una cosa devi essere la migliore, e tu non lo sarai mai”. Negli anni ho capito (a dire il vero senza averci mai provato nemmeno per davvero… perchè tanto, come mi hanno detto sempre tutti: “sarebbe stato solo uno spreco di tempo” e “si deve stare con i piedi per terra”) chi non sa fare qualcosa puo’ sempre insegnarla.  Ed io, insegno. Insegno anche questo.  A dirla tutta sono diventata una di quelle docenti che quando corregge un esercizio o  e’ giusto o è sbagliato, o e’ bianco o e’ nero. Ora tempo non ne perdo più. Per me non ci sono vie di mezzo, non ci sono attenuanti. Quando incontro un bambino  vedo un alunno e penso solo alla sua media o a cose come se sia in pari con il programma rispetto al resto della classe, quanti giorni di assenza abbia fatto, perche’ alla fine sono queste le cose che contano…ma non sono cattiva, e’ solo che ritengo che arriverà presto il momento i  cui crollerà loro ogni illusione e per quel momento ritengo sia il caso che ci arrivino preparati, che imparino anche loro (e che lo facciano alla svelta).

Io lo so bene,  da bambini tutto sembra meraviglioso e possibile: diventare astronauta, pompiere, idraulico, veterinario, il re del mondo o un artista. Tutto sembra possibile.  Poi un giorno, non piu’. Ed io intendo prepararli per quel giorno, come altri hanno fatto con me.

{Ho messo un vetro tra me e le cose, ma so che (forse) arrivera’ quel giorno in cui mi rendero’ conto che questo non e’ altro che un artificio, un’astuzia che ora serve ad illudermi di essermene separata, laddove tutto quello che avrei voluto essere, in  realta’, continua a stare esattamente sotto i miei occhi. La volete sapere una cosa? (Una cosa che non ammettero’ mai) La verita’ e’ che io cosa vorrei fare da grande…ancora non lo so}