I fagioli di Matusalemme: un racconto deprimente e dalle conclusioni banali

All’ipocondriaca P.

Un giorno. Un giorno apparentemente uguale a tutti gli altri giorni ho realizzato che sarei morta (io lo avevo detto che era deprimente…comunque dicevo..? ah sì! dicevo…) …ho capito che sarei morta. Non che non lo sapessi prima di allora…piuttosto non lo avevo davvero CAPITO. Del resto c’e’ una bella differenza tra “sapere” e “capire”. Per fortuna poi ho iniziato a pensare ai pappagalli, a Matusalemme e ai fagioli…e da allora mi sono sentita meglio! Comunque partiamo da dove piace a me: dall’inizio.

Devo dire che, in generale, sono sempre stata piuttosto precoce nell’assimilare tutti quei contenuti dell’umano scibile che potessero essermi antagonisti o, in alternativa, che potessero rivelarsi anche solo totalmente inutili (quando, ad esempio, nozioni piu’ vantaggiose per la vita pratica quali: il saper fare a mente le divisioni a due cifre o alcuni passaggi della tabellina del 7 restano ancora oggi per me ambiti dello scibile totalmente oscuri da cui mi sento esclusa).
Il concetto di “morte” lo avevo acquisito (probabilmente) con un certo margine di chiarezza a 5 anni, dopo aver visto ne “Il re Leone” Mufasa cadere giu’ da una rupe senza piu’ svegliarsi (un trauma comune ad intere generazioni). Inoltre, mentre le mie coetanee pensavano ai colori degli unicorni io ero piu’ attratta dal concetto di “caducita’” e mi domandavo se gli unicorni, invecchiando, perdessero il crine e se (e con che risultato) potessero farsi il riporto come Danny De Vito ( ah s’ero sciocca! Non mi rendevo conto che gli unicorni sono immortali e che Danny sarebbe superbo anche con la sola pelata!). Avevo capito che c’era qualcosa di imparagonabilmente piu’ irrimediabile di un gelato che ti casca in pieno sul vestito nuovo della domenica, del precipitare di faccia sull’asfalto estivo e persino peggiore di tutte le altre cose terribili di cui avevo fatto esperienza sino a quel momento della mia vita da cinquenne, perche’ si trattava di qualcosa che non si puo’ arrestare. Chiusi, pero’, il cerchio facendo definitivamente chiarezza sulla cosa quando ebbi il mio primo assaggio di realta’. Un giorno accadde che i miei genitori cercarono di convincermi che il mio Cocorito verde (a quanto pare pappagallesca versione di Arsenio Lupin o reincarnazione del mago Houdini) fosse riuscito ad evadere da una gabbia chiusa, ad aprire la finestra della sala e a volare via nel “libero mondo dei pappagalli” senza piu’ tornare. Passato qualche giorno da quella presunta (miracolosa) evasione, una sera a tavola, interpretando il mio essere (insolitamente) taciturna come un residuo di sofferenza dovuto alla scomparsa dell’amato pennuto, mi dissero: “Dai, chissa’, forse un giorno tornera’ a farci un saluto con tutta la sua nuova famiglia!”. Ovviamente, data l’illogica natura delle loro affermazioni (“Ma quale nuova famiglia?? Cocorito era troppo felice con me!) non potei che pensare che, forse, si stavano raccontando una versione distorta della verità giacche’ “Non potevano accettare l’idea che Cocorito, non sarebbe mai piu’ tornato”. Per me L’unica motivazione plausibile per la sua comparsa doveva essere che, cosi’ come Mufasa prima di lui, anche Cocorito non sarebbe più tornato perchè era ormai morto ( dopo essere stato catturato da una gang di feroci piccioni assassini, era iniziata una lite per primeggiare sul controllo del territorio e a nulla erano valse le affermazioni di resa di Cocorito “io passavo soltanto, non tornerò mai più ma lasciatemi tornare a casa”.

fSenza pietà lo avevano fatto fuori quei maledetti piccioni assassini! Questa era la più accreditata tra le mie teorie). Avevo maturato questa consapevolezza e nessuno me la avrebbe levata. D’altro canto, poiche’ la fantasticheria elaborata dai miei genitori pareva renderli assai felici, decisi che li avrei assecondati. Cosi’ disegnai su di un cartoncino il “regno dei pappagalli verdi”. Per trasmettere piu’ (fint)allegria possibile vomitai sul foglio tutti i colori che avevo nella mia scatola di matite e raffigurai un regno ubicato tra gli alberi ( in realtà strambe piante chiaramente Ogm perchè ogni singolo esemplare produceva contemporaneamente papaveri, girasoli margherite ma anche frutta, verdure assortite e caramelle gommose). Appollaiata sui rami si stendeva una corte di pappagalli di tutti i colori e dimensioni. (E i pappagalli possedevano ognuno un animale domestico in miniatura. Probabilmente li facevano arrivare direttamente dalla cina) Al centro del disegno, con le zampe appoggiate su una pannocchia multicolor (chiaramente prodotta dallo stesso agricoltore che aveva piantato gli alberi) primeggiava regalmente su di un trono di semi di girasole Cocorito, che era diventato loro magnanimo Re. Terminato il mio capolavoro lo diedi a mia madre dicendole che Cocorito non poteva piu’ tornar a casa perche’ come si poteva evincere dal mio disegno era ” chiaramente troppo impegnato con tutte le faccende del regno”. Lei sembro’ soddisfatta ed io ero convinta, seppur nella consapevolezza di averla tratta in inganno, di averle quantomeno tirato su il morale. Da quel momento non parlammo mai piu’ della scomparsa di Cocorito. Fu come se avessimo stabilito il tacito accordo di chiuderci ognuno nella propria consapevole bugia. E trovammo la serenità perduta (…che durò sino all'”evasione”del criceto… ) {mi domando dove diavolo andassero a reperirli tutti questi animali laureati in escapologia…}

Allora Sapevo, ma non avevo capito. Sapevo che questo e’ il destino dei viventi: “Ogni cosa che e’ viva prima o poi muore. Questa cosa e’ viva, questa cosa prima o poi muore”. Il passaggio logico mi era piu’ che chiaro. Il punto e’ che arriva quel giorno. Un giorno apparentemente uguale a tutti gli altri giorni in cui prendi reale consapevolezza di cosa sia “Morte”. E quel giorno e’ quando passi dal ” SI muore perche’ si e’ vivi” ad ” IO moriro’ perche’ sono viva”. E questa e’ una bella botta. Perche’ non puoi sfuggire alla stringente logica di una cosa del genere. Prima di allora per me era come se Morte fosse stata qualcosa che c’era (certo) ma unicamente come concetto astratto. Un qualcosa che non mi apparteneva del tutto. Prima di allora mi sentivo “immortale”. E’ un po’ come se io avessi vissuto sino a quel momento con uno strano sasso sullo scaffale della mia camera. Come se Sino ad allora avessi visto quel sasso appoggiato la’ senza mai pensare di poterci guardare dentro perche’ “ e’ solo un sasso”; ed avessi, invece, scoperto all’improvviso che quello era in realta’ un uovo. Un uovo che un bel giorno si e’ schiuso e da cui è uscito fuori un mostro che mi si e’ incollato addosso rischiando, lì per lì, di soffocarmi. Morte ti e’ estranea sino a che il tuo uovo non si schiude. Ma il giorno in cui la senti la prima volta resti impietrito. A me, da quando il mio uovo si e’ schiuso, quando capita che questa idea mi salti in groppa ( perchè talvolta capita) succede di sentirmi assalita come da vertigini. La sensazione e’ un po’ come quando in un film inquadrano il protagonista, la colonna sonora si arresta e il regista dice al macchinista di allontanare velocemente la presa. Cosi’ senti questo effetto “caduta all’indietro” in cui si passa da un primo piano in cui puoi vedere persino i peli del naso dell’attore, ad un fuori campo rapidissimo in cui il personaggio, man mano che la cinepresa si distanzia, diventa sempre piu’ piccino, sino a raggiungere le dimensioni di un puntino. E tu non puoi fare altro che sentirti microscopico, impotente ed inutile con lui. Ed e’ atroce perche’ pensi che non c’e’ arma, non c’e’ pieta’, non ha eta’ ne’ meritocrazia. Se deve arrivare arriva e non c’e’ nulla che tu possa fare. Nulla. Solitamente si dice che: un problema o ha soluzione e non e’ un problema; o non ha soluzione e problema non lo e’ mai stato. Ma considerare un non-problema la non esistenza solo perche’ ad essa non vi e’ soluzione non riduce l’impatto emotivo che il pensiero dell’annullamento causa.. Diventeremo tutti cibo per vermi e questa e’ la cruda realta’. Ma il piu’ delle volte non ci e’ dato sapere che tipo di alimenti siamo, se deperibili sul breve termine o se siamo delle specie di lattine di fagioli in salamoia dall’ aspettativa di vita di Matusalemme… Perche’ quando il tuo uovo si schiude a quel punto hai due alternative: vivere per la morte o vivere per la vita. Puoi sentire il suo peso sulle spalle e vivere paralizzato o puoi andarci a braccetto. Del resto “sino a che ci sei tu, non c’e’ lei e quando c’e’ lei, non ci sei tu” disse Epicuro. E sino a che tu ci sei… Serviti della consapevolezza di possedere una data di scadenza come propulsore alla vita e non come freno. Consuma questa vita e consumati. (È peccato che il cibo scada senza che si consumi). Non puoi puoi scegliere che cibo sei ma puoi scegliere come conservarti e come consumarti. E se, comunque, non riesci ad accettare tutto questo: illuditi. Illuditi nella speranza di poter essere una lattina di fagioli di Matusalemme, illuditi di quel che vuoi ma consumati!

{Del resto ha davvero tutta questa importanza che il regno dei pappagalli sia vero?}

 

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