BABY TALK {Trottolino Amoroso Dudu-dadada’}

…ci chiederemo come mai
il mondo…. sa tutto di noi…
Magari ti chiamerò:
” Trottolino Amoroso, Dudu dadadà”
Ed il tuo nome sarà
il nome di ogni città.
Di un gattino annaffiato
che miagolerà…

{Vattene Amore- Minghi/Mietta}

Vi sara’ capitato almeno una volta nella vita di trovarvi di fronte una coppia di adulti ( o ad essere voi stessi nei confronti del vostro partner) preda di deliri iperglicemici. Con l’ espressione ” delirii iperglicemici” faccio riferimento a due atteggiamenti in particolare: riferirsi al partner utilizzando i piu’ stravaganti nomingnoli affettuosi (dal tenore zuccherino di un mashmallow glassato con del caramello e ricoperto con una abbondante spolverata di zucchero a velo) ed esprimersi utilizzando “vocette” da cartone animato della Warner Bros.

Ebbene sappiate che se e’ successo anche a voi di essere spettatore, preda (o vittima) di questi momenti Super-SugarSugar non solo (come potete immaginare) non siete soli ma….la psicologia è pronta a spiegarvi perchè! Si tratta di un fenomeno che in psicologia viene definito “Baby Talk”, un atteggiamento che, come alcuni studi dimostrano, pare essere comune a (quasi) tutte le coppie innamorate.

[Ho incrociato per caso un articolo in cui si citava il baby talk e, sentendomi chiamata in causa, mi sono incuriosita ed ho fatto qualche piccola ricerca che qui vi riassumo in maniera moooolto blanda. Infatti, non so voi, ma io quando ho letto che hanno pensato di sottoporre questo fenomeno alla lente d’ingrandimento sistematizzante della psicologia, ho quasi tirato un sospiro di sollievo all’idea che non solo, come mi era capitato di verificare io stessa in maniera diretta o indiretta, fosse una prassi del tutto comune in una coppia, ma che alcuni avessero persino pensato di condurre degli esperimenti al fine di poter dare a questa attitudine una spiegazione un pochino piu’ soddisfacente rispetto al “mi sono rincogl*** del tutto” ( perdonate il francesismo ma qualunque altro sinonimo non sarebbe stato in grado di rendere l’idea particolare che volevo esprimere..)Comunque tornando a noi….]

Questo modo “infantilizzante” di rivolgersi al proprio partner ha una sorta di propria dignita’ ( per quanto difficile possa essere pensarlo) ma soprattutto ha una genesi ben precisa: esso, infatti, da ciò che si è osservato, viene utilizzato dalle madri di tutto il mondo e pare proprio essersi sviluppato in origine per favorire l’acquisizione del linguaggio nei bambini. Ma non solo! Questo e’ a trecentosessanta gradi un atteggiamento affettuoso attraverso cui una madre esprime e rinsalda il legame d’amore con il proprio pargoletto.

Gli studiosi non potendo non notare l’affinita’ tra i due atteggiamenti hanno pensato in seguito che qualcosa di analogo a cio’ che accade in un rapporto madre-figlio, accadesse anche tra adulti innamorati che si relazinano tra loro con vocine ebeti e nomignoli da giocattoli Hasbro (vedi immagini per esempi).

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Le varie equipe di psicologi hanno così concluso ( ed in effetti, intuitivamente, ci arriverebbe anche una melanzana) che due adulti parlando in questo modo cercano di dimostrarsi reciprocamente cura, protezione e vicinanza. La costante sarebbe ( ed anche in questo caso ci voleva proprio l’intuito da melanzana): la volonta’ di dimostrare amore, affinità e attaccamento.

(Poi alcuni psicologi hanno cercato di rimarcare la volonta’ tra due partner di rivivere sulla pelle l’uno dell’altro il primo personale rapporto d’amore con un altro essere umano: quello con la propria madre. Cooomunque…).

Tra gli articoli che ho letto sul baby talk devo dire di aver personalmente ritenuto tra le teorie piu’ interessanti quelle in cui si parlava di baby Talk come (quello che io definirei) una specie di linguaggio tra parentesi. Mi spiego meglio: il baby talk pare essere in grado di trasportare l’adulto in un “mondo” in cui egli possa sentirsi in grado di esprimersi senza costrizioni, serietà, compostezza e tutto quel genere di restrizioni a cui gli adulti sono continuamente sottoposti. I soggetti di un rapporto a due servendosi del proprio personale linguaggio di coppia costruiscono, intatti, un una sorta di “gioco di ruolo” che aiuterebbe loro non solo a dimostrarsi reciproco affetto ma contruibuirebbe persino a lenire lo stress dando modo all’adulto di “prendersi un break” dalla realta’. Delimitano un ambito emozionale condiviso, originale e unico i due adulti alle prese con il baby talk, struttirano un linguaggio criptato e si ritagliano uno spazio mentale con l’altro che diviene il luogo in cui possono sentirsi di nuovo se stessi e liberi dalle convenzioni sociali imposte della normale conversazione umana. Le relazioni sentimentali, infatti, possono considerarsi come mini-sottoculture autonome, rafforzate da rituali come soprannomi e altri linguaggi personali che esprimono affiatamento, cura, reciproco interesse e soprattutto estrema complicita’.

Gli appellativi sciocchi ed i nomignoli sono dunque un mezzo d’evasione e possono considerarsi veri e propri attestati d’amore. Alcuni psicologi ritengono che essi siano persino un sintomo che aiuta a riconoscere il buono stato di una relazione( anche se, come e’ ovvio che sia, il baby talk non basta di certo a se stesso: è sufficiente ma non necessario e se, per alcune coppie è necessario non è comunque di per se sufficiente) .

Quindi, in definitiva, non sentitevi idioti se vi innamorate ed iniziate ad esprimervi come la brutta copia ottenuta dall’incrocio di porky pig ibridato con Tonio Cartonio, e’ solo una prassi comune, istintiva, evolutivamente determinata, in grado di aiutare l’individuo a mantenere in salute il proprio equilibrio mentale, tipica di tutte le coppie. Poichè, come abbiamo detto, il baby talk è il mezzo attraverso cui l’essere umano esprime amore ed instaura un clima giocoso e rilassato con la persona amata…la mia domanda di verifica è la seguente: c’e’, in effetti, qualcosa di piu’ spaventoso di quando il vostro partner vi chiama utilizzando per intero il vostro nome di battesimo?!

Con le Matrioske oggi vi presento una piccola collezione di alcuni tra i piu’ comuni “nomignoli zuccherosi” utilizzati nel mondo.

L’ abbecedario del diabete

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{What if …you were the last one on the earth?}

Non vi e’ mai occorso di pensare: cosa farei se fossi l’ultimo essere umano sulla faccia della terra?

Da buona misantropa quale sono (lo ammetto), talvolta dopo aver avuto una pessima giornata a contatto con pessimi esempi d’umanita’, ho immaginato questa eventualita’… seppur l’ho fatto con una certa qual leggerezza d’animo… sino a che non mi e’ capitato tra le grinfie “Bokeh”.
download (1)Si tratta di un film poetico e malinconico, opera sci-fi d’esordio dei registi Andrew Sullivan e Geoffrey Orthwein, che racconta le vicende di una giovane coppia americana in vacanza nella suggestiva Islanda.

bokehNei primi fotogrammi  Jenai (Maika Monroe) e Riley (Matt O’Leary) vengono ritratti come una coppia di turisti assolutamente ordinaria. Una caratterizzazione a mio avviso volutamente ricercata perche’ l’implicito messaggio e’ che “non c’e’ nulla di singolare in loro” dal momento che “potrebbero essere chiunque”. Potremmo essere (o potremmo essere stati) noi, per questo e’ semplice, sin da subito, rispecchiarvisi ed entrare in sintonia con i due protagonisti. Osservandoli si percepisce quella frizzante atmosfera che emana un classico amore giovane in una situazione di svago quale potrebbe essere una “meritata vacanza”. Un amore giovane ma non per questo immaturo. E’ evidente che tra i due ci sia un solido legame, intimo e consapevole, destinato a durare. Sullo sfondo di splendidi paesaggi naturali esplorano curiosi l’ambiente. L’islanda e’ un luogo in cui la civilta’, ha edificato citta’ a misura umana, che tra comfort e abbondanti risorse si fondono perfettamente con la natura generosa di vegetazione, di  fauna e di ambientazioni mozzafiato. Vediamo i due giovani che si godono rilassanti bagni nelle caratteristiche pozze d’aqua calda islandesi, che passeggiano sfilando tra cascate, flora rigogliosa e splendidi skyline; che ridono, scherzano e fanno l’amore; perdendo tempo solo per catturare quanti piu’ attimi possibili tra quelli che quell’esperienza regala loro dentro l’obiettivo di una vecchia fotocamera. Ryley e’, infatti, un appassionato di fotografia e Jenai, ovviamente, e’ il soggetto preminentemente ritratto nella maggioir parte dei suoi scatti. La fotografia che congela l’attimo per serbarlo, eterno, immortale ed immutato e’ un elemento fondamentale che, infatti, sara’ il filo conduttore dell’intera pellicola.

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L’equilibrio del film, pero’, si infrange in fretta e la vacanza si trasforma in un incubo, quando, uscendo dall’albergo una mattina, i due giovani si rendono conto che la citta’ e’  inspiegabilmente divenuta silenziosa e vuota. Basta loro poco per comprendere che qualcosa non va’. L’istinto di sopravvivenza immediatamente si attiva alla ricerca di spiegazioni per cercare di chiarifare l’orribile mistero: “Dove sono finiti tutti?”.

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Le prime fasi sono d’incredulita’ e stordimento. Uno sgomento tentativo di razionalizzazione che cerca di trovare una logicita’ ad un situazione del tutto irreale che prende sempre piu’ corpo. Un incubo che diventa quanto piu’ reale soprattutto quando Riley e Jenai accedendo alla rete internet ancora funzionante hanno MV5BMGUyNjMzOTktZWU3MC00ODU4LTk1ZDgtMjliOGFkNjQ3NDU0XkEyXkFqcGdeQXVyMTkxNjUyNQ@@._V1_UX477_CR0,0,477,268_AL_l’intuizione che non solo gli abitanti di quella cittadina si siano dileguati nel nulla ma che sia la razza umana nella sua totalita’ ad essere sparita. Un presentimento che acquista sempre piu’ in fretta consistenza divenendo amara e atroce consapevolezza che ci porta ad empatizzare con i protagonisti e, al loro fianco, non possiamo non essere spinti a domandarci: “come e’ possibile che l’umanita’ intera sia sia dileguata in una sola notte?”. detail_wide_image Ben presto, pero’, e’ chiaro che nonostante il dubbio e le domande relative a cosa possa essere accaduto restino, inevitabilemnte, sullo sfondo dell’intera pellicola, l’attenzione dei registi non sia rivolta a sedare la nostra curiosita’ relativamente alla “causa”. Non e’ questo lo scopo del film, bensi’ l’attenzione dello spettatore vuole essere focalizzata sull”effetto”. Il film sembra annotare i risultati  di una specie di sadico esperimento sociale, la cui domanda fondamentale non e’ “come e’ potuto succedere?” ma piuttosto “come un essere umano normale reagirebbe ad una situazione del tutto anormale come quella?”;  da qui, suppongo, il titolo del film “Bokeh”.

“Bokeh” e’ un termine del gergo fotografico che starebbe ad indicare un effetto fotografico  ( a mio avviso gradevolissimo), ottenuto grazie ad una particolare regolazione dell’obiettivo. Apertura del diaframma e distanza di messa a fuoco, infatti, sono due parametri sui quali il fotografo puo’ influire per manipolare la profondità di campo dell’immagine. Scegliendo (solitamente) un rapporto focale basso, si minimizza la profondità di campo ottenendo un piacevole effetto “sfocato” dello sfondo che permette di far risaltare maggiormente il soggetto principale. main-qimg-def8324b2bba21a8f8328898430cdf94

Il termine Bokeh derivato dal vocabolo giapponese “boke” (暈け o ボケ), significa, infatti, “sfocatura” oppure …”confusione mentale”. Questo e’ senzadubbio, a mio avviso, un titolo davvero azzeccato, non solo per il concetto relativo alla “confusione mentale” che prende piede nei protagonisti messi di fronte ad inspiegabili sparizioni; ma soprattutto perche’ lo scopo del film e’ quello di mantenere la soglia d’attenzione dello spettatore focalizzata su i due soggetti protagonisti ( del resto gli unici due ad apparire in tutta l’ora e 32min di film) sulle loro reazioni, sulle sfumature psicologiche; seguendoli in tutte le fasi della loro personale evoluzione, su di uno sfondo che e’ descritto in una maniera volutamente sfocata ed evanescente.

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Per quanto sia una pellicola con diversi limiti, ho amato la crudezza e il verismo con cui i registi dipingono a pennellate dalle tonalita’ fredde tutta l’evoluzione dei due giovani.  Riley e Jenai nei primi istanti non possono che ritrovarsi nel panico, entro i limiti di una situazione che causa loro disorientamento. Si ritrovano abbandonati in un contesto che esula dalla normalita’ e corre il rischio di rompere gli argini delle loro menti. Come reagirann superate le prime fasi di stordimento ritrovandosi soli con l’amore della loro vita in una citta’ perfetta, piena di risorse? Trasformeranno il mondo nel loro nuovo Eden o il paradiso li chiudera’ nella gabbia della follia?

 

E voi, come pensate che reagireste se vi trovaste in una analoga situazione?