{La scelta & La Commedia} [Racconti strani]

 

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(Immagine presa da internet)

Si ritrovo’, d’improvviso, su quella strada. Era deserta. Solo il Niente tutto intorno. Stava camminando su di una striscia d’asfalto talmente lunga che non se ne vedeva la fine. Bianco a perdita d’occhio. Bianco asettico, di vuoto. Di desolazione. D’assenza. Non sapeva nemmeno lui da quanto tempo fosse in marcia. Poteva essere li’ da un minuto, da un’ora o forse era su quella strada da un anno. Non si sentiva ne’ stanco, ne’ affamato. Era come se lo avessero strappato da qualche luogo ed avesse ripreso solo in quel momento consapevolezza di se. Ma non sapeva da dove venisse. Non aveva ricordi di cio’ che era stato ( se mai qualcosa ci fosse stato prima di quel momento). Non sapeva dove stesse andando. Ma in quel momento , una voce gli disse “siediti” ed una sedia apparve.

 

***

“Figlio mio, ti ho strappato dal luogo in cui eri per portarti  qui, dove non esiste nessuno ieri, perche’ e’ tempo della tua scelta. Prendi questa scatola, ci troverai dentro due cassette, guardale con attenzione e quando avrai finito, torneremo a parlarci”.

Una vecchia Televisione a tubo catodico con un mangianastri incorporato, d’improvviso, stava la’ sospesa a mezz’aria, come appoggiata su di un pensile invisibile. Anche una scatola di cartone,d’improvviso stava la’, tra le sue mani. Lui l’apri’ e trovo’ effettivamente due cassette. Prese la prima, la inseri’ nel Tv e sullo schermo bianco e nero comparve una scritta: {Atto1}.

***

{Atto1}

Lui (si’, era lui). O quantomento il riflesso di se stesso. Lui era li’ in Tv e camminava. C’erano case e auto tutto attorno. Era in una citta’ ( si’, era una citta’).

Lui camminava tra le case e tra le auto di quella citta’ che scorreva placida. Una donna. (Si’, era una donna). Gli camminava accanto. Era bella, aveva i capelli ramati, crespi. Non aveva trucco sul viso. Proseguiva al suo fianco composta, ritirata in se stessa. Lui sapeva (sentiva) che c’era un legame tra loro.

‘Dobbiamo sbrigarci. l’appuntamento in clinica e’ alle 11,00 in punto’ Disse lei.

Cosi’ accelerarono il passo.

‘Non possiamo ignorare di nuovo il bollettino, lo sai? L’esenzione la si puo’ ottenere solo due volte di fila e questa sarebbe la terza” incalzo’ Lei, Beatrice (Si’ Lei si chiamava cosi’).

***

‘Voi siete i coniugi Warren?’ domando’ con una vocina stridula la segretaria alla reception.

Senza nemmeno attendere una risposta, brutale, scansiono’ il chip d’identificazione nella retina di Beatrice e subito dopo anche quella di Lui.

Un Bip confermo’ l’identita’ della coppia.

‘Il dottor Spencer vi sta aspettando, Siete GIA’ in ritardo!’ li rimprovero’ severa la donnina indicando loro l’orologio appeso alla parete che segnava le 11.05.

Entrarono nello studio del dottor Spencer e Beatrice, dopo aver stretto la mano a quell’uomo, quasi come fosse un rituale a cui era solita attenersi, senza imbarazzo, si levo’ i vestiti, rimanendo completamente nuda. Si sedette sul lettino da ostretrica. Le gambe poggiate sui braccioli, divaricate. Messa cosi’ era bellissima penso’ lui. In quella un moto di gelosia gli parti’ dal fondo dello stomaco quando realizzo’ che la compagna (perche’ si’, era la comapgna),  in quel momento stava oscenamente aperta e svestita di fronte ad un completo estraneo. Ma e’ un dottore, chiaramente non la osservera’ con malizia, ripete’ tra se e si calmo’.

‘Signor Warren prenda questa pillola e la mandi giu'” gli disse il medico.

Lui ubbidi’ e nemmeno sapeva perche’.

“Ora attendiamo faccia effetto…nel mentre dovrebbe  iniziare a levarsi i pantaloni”

“Mi scusi?”

“Signor Warren, so che non e’ piacevole. Non lo e’ per nessuno, glielo garantisco. E’ la prima volta per lei qui e lo capisco. Ma come ben sa e come e’ stato stabilito all’ atto della vostra nascita, lei e sua moglie siete individui geneticamente affini ed attualmente siete nel range d’eta’ giusta per poter far parte del programma. Mi creda e’ davvero un grande onore. E si sa purtroppo per riceve grandi onori si devono sopportare pesanti oneri, signor Warren. Si deve fare… e si deve fare ORA. Come spiegato nell’opuscolo riteniamo che “il vecchio medoto” sia piu’ adeguato. La nostra clinica si occupa di guidarvi in questo evento che, lo so, di per se, non e’ piacevole. Se preferisce possiamo anetestitazzarla ed usare l’approccio secondario che, come si puo’ evincere dai termini di contratto, e’ piu’ invasivo”.

“Senti, vuoi farci finire nel contenimento come i Jonson? Dobbiamo fare questa cosa, vedrai che dopo sara’ bellissimo” Disse Beatrice.

Lui non capiva. Qualcosa gli sfuggiva. Per amore della moglie lascio’ che il dottore manipolasse quell’innaturale ed incontrollabile erezione che, per via sel farmaco assunto, contro ogni volonta’ si era imposta tra le sue gambe. Era come se il suo corpo e la sua mente avessero smesso di comunicare tra loro. Poco a poco inizio’ a sentire il formicolio dell’orgasmo farsi strada tra frustrazione  e vergogna; sino a che, dopo l’ultimo colpo, non eiaculo’ tutta la sua amarezza in un contenitore di plastica. Aveva la nausea, si sentiva svuotato e violato, ma il peggio lo provo’ quando il dottore, con mano esperta e rapida, servendosi di una pipetta, inseri’ e spremette il suo seme tra labbra della sua compagna che, dal canto suo, osservo’ il dottore infilarsi tra le sue cosce restando impassibile. Era Svirilizzato, avvilito e confuso ma, quantomeno, libero di rivestirsi.

“Ecco fatto, Signora Warren, domani faccia questo test” disse porgendole una scatolina mentre lei si rivestiva “e se ancora non risulta positivo ci rivediamo domani alla stessa ora. Io ritengo che nel giro di qualche giorno al massimo, comunque, dovremmo ottenere il risultato sperato”.

“grazie Dottor Spencer”

“Signora mi chiami pure Virgilio”

 

Cosi’ i Signori Warren uscirono dalla clinica “Ripopolamento”. Lui voleva prendere la mano di Beatrice, abbracciarla. Aveva bisogno di sentire il contatto fisico, il corpo caldo di lei. Cosi’, istintivamente, la affero’ per un braccio cingendola a se.

“ma cosa accidenti stai facendo? Sei impazzito?” Beatrice lo scanso’ con un misto di paura ed incredulita’ nello sguardo.

“io non capisco, se dobbiamo fare un figlio, perche’ non possiamo semplicemente…perche’ tutto quel…perche’?”

“caro, sono le pratiche necessarie, non vedo come altro si potrebbe fare se non cosi’…”

Ed i due continuano a camminare freddi l’uno accanto all’altra.

[Era la citta’ Aurea.  Soppressi gli istinti e la sessualita’ ottima ed ineccepibile scorreva l’esistenza degli uomini. Non c’erano Eros ne’ Thanatos al comando, ma Razionalita’ efficiente e perfetta. Legami che non avevano bisogno di contatto fisico ma che cosi’ bastavano a se stessi. Restavano puri ed incorrotti, scervi da gelosie, passioni e bassi istinti. L’ “amore” era un ottimo razionale. Irreprensibile scelta basata sul solo incastro mentale il cui fine era la concordia e l’armonia esistenziale. La coppia non era forma socialmente perfetta ma un’opzione, una delle tante. La gente era felice perche’ nient’altro conosceva e di null’altro aveva bisogno. Ognuno era un ingranaggio necessario ma non sufficiente, indispensabile ma sostituibile, impeccabilente collocato. I piu’ nascevano perlopiu’ per lavorare e pagare le bollette. Alcuni venivano scelti come riproduttori per scongiurare l’estinzione e, come disse il dottore: per tutti era un onere ed un onore ( ma i piaceri erano altri).  Alcuni pero’ sapevano anche stupirsi del blu del cielo, del sapore del cibo, dell’ affascinante equilibrio della natura.Non esistevano uomini o donne, solo individui].

La cassetta numero 1 termino’.

***

QUella cassetta non spiegava proprio nulla. Nel vuoto del silenzio, lui rimase solo con i suoi interrogativi. QUindi dove si trovava? Da dove veniva? Perche’ era li? Di chi era quella voce di prima? Tra cosa avrebbe dovuto scegliere? Era da solo li’ o c’erano altri come lui? Beatrice era vera o era frutto della sua immaginazione? Erano ricordi quelli che aveva visto? Non lo sapeva. Non sapeva niente.

“Dove sei? Fatti vedere!” Urlo’.

Silenzio.

“Fatti almeno sentire! Ti prego spiegami! Dove sono? Qual e’ il senso di tutto questo? Dove mi trovo? Perche’ vuoi che veda queste stupide cassette?”

Silenzio.

***

Le cose erano cosi’ e non altrimenti. Non aveva nessun’altra opzione: non poteva che andare avanti se non per quella via: cosi’ inseri’ la seconda cassetta nel mangianastri del Tv e, come la prima volta, lo schermo si accese e comparve una scritta: {Atto2}

***

{Atto2}

DI nuovo Lui nello schermo.  Non piu’ una citta’ ma giacigli e capanne fatte da mattoni di fango e legno tutto attorno. C’e’ una coppia tra gli arbusti, gemono stretti uno all’altra. Una dozzina di bambini corre loro accanto. I fanciulli per un istnate li notano ma poi , incuranti, tirano dritti continuando il loro gioco. Una donna sta camminando nella sua direzione. E’ Beatrice. I suoi occhi sono diversi, brillano di una luce strana.

“Ehi tu! Non ti ho mai visto da queste parti…” Lei gli si avvicina.

(Gli e’ vicina piu’ di quanto lui si aspettasse) Gli passa una mano sul petto, lo squadra, gli gira attorno.

” Sei nuovo” sibila con voce sensuale mentre gli annusa il collo.

Il fiato di lei gli fa salire un tiepido brivido dal fondo della colonna vertebrale. Beatrice lo prende per mano e lo porta sul alto della strada. Lo guarda, gli si accovaccia in grembo. Lui sente le natiche della donna premere sul suo membro che non s’attarda a reagire a quel contatto. Lui si sente elettrizzato. Sente il sangue affluirgli tra le gambe e la sua mente si offusca. Senza nessun preambolo, lei gli slaccia i pantaloni, divarica le gambe e sollevando la gonna lo fa scivolare dentro di se. Lei e’ calda, accogliente. E’ una sensazione incomparabile. Dimena i fianchi poggiando le mani sulle spalle di lui, mentre lui la tiene per la vita. Lei spinge sino a che inclinando la testa all’indietro non esplode. Una volta, poi una seconda seguendo il medesimo rituale. Le si dipinge un’espressione che sembra di dolore sul viso, reclina il capo e lui la sente contrarsi mentre lei gli affonda le unghie nelle carni. Poi ad un tratto, incontenibile, dilaga anche l’orgasmo di lui che riempie Beatrice, per un istante ebbra e saiza. Lui si sente appagato, rilassato. E’ molto meglio questo mondo, pensa Lui guardandola. Si appoggiano l’uno all’altra per un breve istante, con il fiato corto. Lui vorrebbe abbracciarla, cosi’ si allunga per baciarle le labbra e stringerla

” Ma che diamine fai” gli urla lei mentre si ritrae. Beatrice si alza, lo scavalca, lasciandolo la’ seduto ed incredulo. Lo sperma le cola tra le cosce e lei con le mani lo spalma per ripulirsi, poi si asciuga le mani nella maglia e senza nemmeno voltarsi se ne va.

“E tu chi diavolo sei? Cosa ci fai qui?” Un uomo lo osserva dall’alto mentre Lui e’ ancora seduto tra i cespugli con i pantaloni slacciati.

“Ti sei accoppiato con una delle mie femmine?” gli si avvicina, si china, gli annusa i genitali e senza nemmeno aspettare una risposta gli assesta un colpo in pieno viso.

Lui sviene. E resta li’ totalmente solo.

[Era la citta’ Oscura il cui equilibrio volubile seguiva la legge del “piu’ forte”. C’erano branchi di uomini e donne. Matriarche o PAtriarchi al comando. Si trattatava sovente di Maschi o femmine fisicamente predominanti o mentalmente carismatici capaci di attirare attorno a se cerchie di partner sessuali. Ma gli equilibri erano fragili e nessun potere durevole. Ogni giorno gli uomini si muovevano guerra tra loro. Eppure sotto il comando dell’istinto e delle passioni la gente trascorreva un’esistenza felice (e felicemente lasciva) . Del resto nient’altro conoscevano e men che meno di altro avevano bisogno. Non esistevano lungimiranza, premeditazione o calcolo nei rapporti, solo impulsi e riflessi che nessuno mai si poneva il problema di controllare. L’amore era trasporto, eccitazione ed impeto della durata d’un orgasmo. Raggiungeva il suo picco e si eclissava per rinascere ogni volta. Regno di guerre e sofferenze ma qui più che in ogni posto anche di profondi gaudi e soddisfazioni. Tra loro si odiavano ed amavano con immenso trasporto. Eppure l’esistenza d’ognuno nel suo complesso era solitaria perche’ nessuno s’interessava mai realmente a nessun altro, ciascuno non poteva far altro che bastare solo a se stesso].

***

“Ora è tempo del terzo atto” disse la voce

***

{Atto3}

Una donna, sdraiata sulla schiena, nel letto di una sala parto spinge con tutte le sue forze. SPinge fuori di se una nova vita. Butta fuori una nuova creatura dandola in pasto al modo, lasciandola nella fauci di un destino che probabilmente la guardera’ muta, lasciandola preda del dolore e delle scelte ( spesso sbagliate, estreme, imprecise). Lasciandola abbandonata e smarrita a recitare un ruolo, mentre vaga per una via( non sempre dritta), sospesa tra ragione e follia, cuore e mente.

Si risveglia e nasce tra le grida, nel caos, nel sangue, stanco ed affamato e tra le lacrime della madre un piccolo essere. E’ un maschietto, grinzoso e sporco di muco. L’ostetrica lo pulisce, lo soppesa, lo misura. Lo avvolge in una coperta azzurra e lo restituisce per la prima volta alle braccia della madre.

“Lui e’ Dante” dice lei piena d’orgoglio e tra i singhiozzi, mentre stringe la mano del compagno in quella piccola stanza d’ospedale con delle stelle disegnate sulle pareti.

[Da qui inizia il tuo viaggio, da qui inizia la tua scelta (e la tua commedia)]

{E da dove parte tutto questo tutto se non da una selva oscura?}

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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 {Francesco va di Fretta}

Francesco e’ un signore anziano, avra’ circa 80’anni. Veste con camicie a quadri, sempre stropicciate. Un paio di bretelle rosse gli tengono agganciati addosso pantaloni che solitamente sono  di almeno 2 taglie piu’ grandi del dovuto. Nonostante l’eta’ ha lo sguardo vispo (anche se un po’ malinconico) e il passo svelto e pimpante. Direi che piu’ che camminare talvolta sembri proprio saltellare. Molti lo hanno incrociato almeno una volta ma tutti lo ricordano come “il-vecchio-che-ascolta-sempre-la-musica”. A memoria, infatti, nessuno lo ha mai visto separato dal piccolo mangiacassette che tiene sempre agganciato alla tasca dei pantaloni. Ogni santo giorno, con le cuffiette infilate nelle orecchie probabilmente macina a piedi km su km per le stradine di questa vecchia citta’ di periferia. Nessuno, pero’, sa esattamente dove vada. Quel che e’ certo e’ che con Francesco e’ sempre un appuntamento fisso. Incurante del caldo, del freddo o della pioggia, passeggia perso in un mondo tutto suo e se osservi bene ti accordi che sembra quasi vedere strane meraviglie ad ogni angolo. Eppure la strada che percorre e’ sempre la stessa, da tanti e tanti anni, dicono. Chissa’ cosa vede. Chissa’ cosa ascolta. Chissa’ dove va’. Me lo sono domandata spesso. Molti in citta’ pensano che gli manchi qualche rotella; e quelli che non lo credono mezzo matto non possono evitare di ritenerlo quantomeno uno sconsiderato perche’ spesso, immerso nei suoi pensieri, accade che si dimentichi dei pericoli del mondo e quindi capita che all’improvviso si tuffi in strada senza guardare ne’ a destra, ne’ a sinistra. Tante volte ha rischiato di fare una brutta fine sotto qualche macchina. Anche perche’ non solo non controlla mai la strada ma neppure sente il rumore delle automobili per via della musica troppo alta. Per fortuna che qui le strade sono strette e gli automobilisti, di solito, vanno piano!

C’e’ anche una ferrovia in questa piccola citta’. I binari dividono la parte a Nord ( quella del centro storico), dalla parte Sud (quella piu’ periferica, piena di palazzi nuovi e supermercati). Due treni passano una volta all’ora, a distanza di 20 minuti l’uno dall’altro. Mentre uno va’, l’altro viene. Ogni volta che uno dei due attraversa la citta’ per arrivare in stazione, per almeno 15 minuti il passaggio a livello blocca qualunque transito. Non c’e’ un sottopassaggio ne’ un cavalcavia, quindi quando le sbarre si abbassano la citta’ rimane bloccata. Il traffico si  paralizza e congestiona  e tu, se ti trovi su un lato e devi andare dall’altro, che sia su gambe o su ruote, puoi solo aspettare. Certo, a meno che tu non abbia premura…perche’ se sei a piedi e sei rapido puoi sempre passare sotto le sbarre, infischiandotene del divieto e del semaforo rosso. Non si potrebbe, ma quelli che hanno molta fretta lo fanno.

Io  da diversi mesi prendo il treno delle 4.45, il che significa che arrivo in paese ogni giorno non prima delle 5.30. COsi’ ho scoperto che anche Francesco ogni giorno passa da quelle parti per quell’ora, perche’ ogni volta passando, lo vedo dal finestrino mentre il treno in frenata passa rapido (ma non troppo) davanti al passaggio a livello. Ogni volta volta e’ la, lo scorgo vicino alla sbarra abbassata. Francesco sbatte i piedi impaziente e si molleggia ascoltando chissa’ che melodia. E’ li senza esserci davvero. Senza esserci del tutto. Anche oggi mi aspetto di vederlo con quelle bretelle rosse a sorreggergli i pantaloni larghi e la camicia a quadri piena di pieghe. Sorrido pensando a quell’immagine. Pero’, in effetti, il treno e’ un po’ in ritardo e Francesco e’ sempre puntuale. Sara’ certamete gia’ passato. Oggi sono mancata al nostro appuntamento, scusa Francesco. Il treno si avvicina alla stazione ma prima di incrociare il passaggio a livello oggi si ferma. Strano. Molti iniziano a borbottare, alcuni impazienti fissano insistentemente l’orologio come se cosi’ facendo il tempo potesse scorrere piu’ in fretta. Nessuno dice nulla, nessuno Ci dice nulla…cosi’ io e i miei compagni di vagone ci scambiamo sguardi carichi di interrogativi che suonano anche un po’ come “maledette ferrovie inaffidabili”. Effettivamente i ritardi ormai sono all’ordine del giorno, specialmente in questa tratta. Il malcontento ha quasi ceduto il passo alla rassegnata abitudine. Poi d’un tratto il controllore, affannato irrompe nel vagone, si scusa, con la chiave apre le porte e ci invita a scendere la’. “Percorrete la strada lungo i binari perche’ il treno non ripartira’ per almeno un’altra ora. Stanno facendo delle indagini”, dice mentre si volatilizza. Lo vediamo planare piu’ avanti per passare l’informazione al vagone successivo e poi sparisce rapido come e’ arrivato.  Indagini? Un’ora? Mah. Soliti misteri delleferrovie! Comunque sono solo 3 minuti a piedi per arrivare in stazione, meglio cosi’ che aspettare. Metre passo lancio un’occhio alla stazione e vedo che fermo piu’ avanti c’e’ un altro treno. Deve essere un problema alla linea, quel treno sarebbe dovuto passare almeno 40 min fa! Arrivo all’altezza del passaggio a livello, attraverso i binari e d’improvviso mi accorgo che sto camminando mettendo i piedi su di una strana macchia scura, ricoperta di polvere bianca, sembra borotalco. Strano. Non comprendo di che si tratti sino a che poco piu’ in la’, nell’erba non scorgo un piccolo mangiacassette. Rotto. All’improvviso collego tutto. Il treno, Il ritardo, la macchia, il mangiacassette, Francesco. Il mangiacassette rotto. Francesco e il mangiacassette rotto. Lui non se ne sarebbe mai separato. Un cupo presagio mi si incolla addosso ma il traffico scorre  tranquillo. Purtroppo avevo intuito quel che poi avrebbe riportato il gazzettino locale la mattina seguente. Francesco quel giorno era uscito prima del solito. Chissa’ dove dovesse andare… ma era certo che fosse molto di fretta, che le sbarre fossero abbassate e che lui come tutti quelli che sono molto di fretta avesse deciso di passare lo stesso…ma la musica nelle orecchie troppo alta, lui troppo distratto o forse troppo lento, il treno troppo veloce.  Non lo avrei mai rivisto. Mai piu’.

 Pero’ l’ho immaginato ascoltare questa:

La {cattiva} Maestra

[Arriva il giorno in cui ti rendi conto di essere diventato esattamente l’adulto che mai saresti voluto diventare]

Quando si e’ piccoli accade che la maggior parte degli adulti che incontri cerchi di quantificarti, di incastrarti in una categoria: quanti anni hai? In che classe sei? E domande di questo calibro. Da bambina, ingenuamente, mi domandavo perche’, piuttosto, non si interrogassero primariamente su questioni realmente imporanti; come ad esempio quale fosse il mio gusto di gelato preferito, cosa ne pensassi del colore blu, cosa avrei fatto se avessi incontrato un troll etc. Queste sono domande che lasciano maggiori spunti per definire chi sei, per quaLificarti, ritenevo. Piu’ d’ogni altra cosa pero’ ho sempre mal tollerato la domanda: cosa vuoi fare da grande?

Non che non sapessi come rispondere… anzi, i primi anni, quando iniziarono a sottopormi questa questione, avevo molte idee in merito. (Molte idee ma confuse, lo ammetto). A 4 anni volevo essere la regina del mondo. Ma a 4 e mezzo compresi che avrei dovuto optare per una soluzione piu’ modesta. A 5 anni avrei voluto aprire una cascina-rifugio per animali abbandonati. Ma a 5 e mezzo  qualcuno mi fece notare che questo fantastico (e lodevole) progetto aveva una grossa pecca: veniva a mancare di una delle principali caratteristiche tipicamente ascrivibili alla maggior parte delle piu’ comuni forme d’impiego: la remunerazione. Io, in effetti, pensavo semplicemente alla soddisfazione emotiva; ma dove e come avrei potuto procurarmi introiti gestendo un’attivita’ basata su (caccia) e raccolta di animali abbandonati…ecco, questo era un dettaglio che non avevo, sino ad allora, considerato ( certo ora posso pensare che “avrei potuto rivenderli”.. ma sarebbe stato sufficiente? Io non credo). A 6 anni, quindi, decisi che avrei incanalato la mia passione per gli animali in una direzione piu’ “concretizzante”. Cosi’ compresi che avrei dovuto optare per qualcosa che potesse garantirmi un ritorno economico sufficiente a condurre un’esistenza “quantomeno dignitosa” (come diceva mio padre). Cosi’ a “quella” domanda, dopo aver constatato che il mio veterinario di fiducia avesse una villa con piscina, per qualche tempo, iniziai a rispondere che: “volevo fare la veterinaria”. Ma a 6 anni e mezzo scoprii che “prendersi cura degli animali” avrebbe comportato terribili Oneri (piu’ che onori). Non volevo divenir fautrice d’orribili nefandezze quali sarebbero state il fare “iniezioni” o “interventi chirurgici”, “soppressioni”, “asportazioni” etc… Io pensavo che fosse come nella pubblicita’ di Barbie veterinaria: che i proprietari d’animali mi avrebbero portato il loro cagne o gatto, che io avrei dato loro una carezza, tutt’al piu’ una spazzolata e, dopo averli rassicurati del fatto che fosse tutto a posto, avrebbero pagato per la mia villa con piscina. Invece no, era un impiego orribile. Abbandonai anche questo progetto e mi trovai punto e a capo. La realta’ stava iniziando a sembrarmi parecchio cruda e il margine delle mie preferenze ancora non sottoposte a vaglio (e a bocciatura) stava iniziando a stringersi.  Un giorno, per caso, scoprii che c’erano persone che riuscivano a mentenersi dipingendo. Da quel momento (per un po’) pensai che quella dovesse essere la professione realmente adatta a me. Non avrei avuto una piscina, ma sarebbe magari stato sufficiente per una casa (di cartone). Forse (forse) avevo trovato il mio scopo, il mio talento, la mia vocazione. Del resto, ero la piu’ brava della classe in arte e mentre tutti quanti sbuffano all’idea di dover prendere le matite in mano io avrei passato la vita a disegnare. Cosi’ a 7 anni avevo deciso che avrei voluto fare l’artista. Meglio un pennello che una siringa, l’unico rosso che voglio vedere e’ quello delle tempere. Non vi dico nemmeno la faccia che fece mio padre quando glielo dissi. A 7 anni e mezzo avevo gia’ ben presenti quali sarebbero stati tutti terribili contro della carriera d’artista, compreso il “O sei la migliore o non ci fai nulla (e tu non sarai mai la migliore)”. Cosi’, tra i 7 anni e mezzo e gli 8 anni ho vissuto la mia prima piccola crisi esistenziale (Prima di molte). Crisi che duro’ sino a che non trovai come replicare in maniera finalmente soddisfacente alla domanda “Cosa farai da grande?” In quella fase della mia vita trovai  “La risposta” che pareva far entrare qualunque mio interlocutore in uno stato di vera e propia “pace dei sensi”. Accadde la prima volta, per caso, quando scrissi in un tema che “Da grande avrei voluto fare la maestra” ( piu’ per finzione narrativa che per reale desiderio, a dire il vero).  Poco dopo mi ritrovai a percepire attorno a me un clima di generale soddisfazione derivata da quella dichiarazione. Uno stato di giubilio d’insegnati e parenti che mi porto’ a maturare la decisione che quella sarebbe stata “La Risposta” definitiva. Ma …

Ma…nessuno replico’ mai. Nessun “Ma”. Cosi’ la Loro convinzione divenne mia. Pensai che quella fosse, effettivamente l’unica strada per me e con questi propositi, alla fine, sono diventata effettivamente una maestra. Un’insegnante di letteratura e storia dell’arte (certo non avrei mai potuto essere docente di matematica). Del resto aveva ragione mio padre quando mi disse: “se devi fare una cosa devi essere la migliore, e tu non lo sarai mai”. Negli anni ho capito (a dire il vero senza averci mai provato nemmeno per davvero… perchè tanto, come mi hanno detto sempre tutti: “sarebbe stato solo uno spreco di tempo” e “si deve stare con i piedi per terra”) chi non sa fare qualcosa puo’ sempre insegnarla.  Ed io, insegno. Insegno anche questo.  A dirla tutta sono diventata una di quelle docenti che quando corregge un esercizio o  e’ giusto o è sbagliato, o e’ bianco o e’ nero. Ora tempo non ne perdo più. Per me non ci sono vie di mezzo, non ci sono attenuanti. Quando incontro un bambino  vedo un alunno e penso solo alla sua media o a cose come se sia in pari con il programma rispetto al resto della classe, quanti giorni di assenza abbia fatto, perche’ alla fine sono queste le cose che contano…ma non sono cattiva, e’ solo che ritengo che arriverà presto il momento i  cui crollerà loro ogni illusione e per quel momento ritengo sia il caso che ci arrivino preparati, che imparino anche loro (e che lo facciano alla svelta).

Io lo so bene,  da bambini tutto sembra meraviglioso e possibile: diventare astronauta, pompiere, idraulico, veterinario, il re del mondo o un artista. Tutto sembra possibile.  Poi un giorno, non piu’. Ed io intendo prepararli per quel giorno, come altri hanno fatto con me.

{Ho messo un vetro tra me e le cose, ma so che (forse) arrivera’ quel giorno in cui mi rendero’ conto che questo non e’ altro che un artificio, un’astuzia che ora serve ad illudermi di essermene separata, laddove tutto quello che avrei voluto essere, in  realta’, continua a stare esattamente sotto i miei occhi. La volete sapere una cosa? (Una cosa che non ammettero’ mai) La verita’ e’ che io cosa vorrei fare da grande…ancora non lo so}

 

{Giallo sul pianerottolo}

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Attenzione: questa storia NON e’ un’opera di pura fantasia, fatti e persone ivi contenuti sono realmente esistenti.

Era un caldo pomeriggio d’inizio estate quando sentii la prima volta quello strano rumore. Io abito al primo piano di una grossa palazzina. Rare a Perth, considerato che le soluzioni abitative piu’ comuni sono villini con giardino. Pero’, considerato che mi ritrovo spesso sola in casa, mi fa sentire piu’ protetta la consapevolezza di avere attorno gente. Anche quel pomerggio era solingo e sorseggiavo il mio caffe’, il quarto della giornata. Probabilmente stavo parlando con i miei gatti quando, d’improvviso, la conversazione viene interrotta da questo strano ticchettio. Thor (il gatto ginger) alza le orecchie mentre io resto stranita, la tazza sollevata a mezz’aria e fisso in direzione della porta. Siamo entrambi in allerta. Sif (la gatta nera), invece, va’ a fingersi invisibile. Lei fa cosi’, quando ha paura di qualcosa si ficca sotto il tavolino del soggiono e resta la’ immobile; convinta che nessuno, da quella roccaforte sicura, riuscira’ a vederla 15385515_10209798893281563_4713642847409335095_o. Peccato che il tavolo sia di vetro trasparente e che, ogni volta, lasci tutta la sua lunghissima coda per strada (che sia tutto meno che invisibile nessuno ha avuto, sino ad ora, il coraggio di rivelarglielo). Mi aspettavo fosse un rumore passeggero ma, al contrario, quel suono continua per diversi minuti. Ritmico ed insistente. Sembravano, come…  piccole e rapide scosse elettriche.  Era inutile girarci attorno. Non me lo stavo inventando. Non era il vento, non era un rumore del tipo “casa che scricchiola”. Era chiaramente qualcosa causato da qualcuno. Pero’ stava durando un po’ troppo, quindi non poteva essere frutto di un accidentale passaggio di qualche vicino. Il punto e’ che sembrava fisso fuori, esattamente all’altezza della mia porta d’ingresso ed era decisamente un rumore intenzionale. Riuscivo a sentire una presenza. La sentivo agitarsi e muoversi a meno di 2 metri da me. Solo la porta e le pareti a separarci. Percepivo il sibilo dell’aria, e il lieve fruscio prodotto dalla stoffa dei vestiti e di superfici che strusciano a contatto l’una contro l’altra e suole di scarpe che schicciolano sul pavimento. A tratti quasi sembrava grattasse sulla porta. Per giunta gli spostamenti d’aria davando l’impressione che la percuotesse. Eppure non era nemmeno giornata di pulizia dell scale, tanto piu’ che di solito la fanno al mattino. E poi, no… anche avessero cambiato giorni o orari… il rumore  lo riconoscerei, lo ricordo bene, e’ diverso. So quali sinfonie producono il mocio che sbatte sull’estremita’ inferiore della porta, i tonfi dei secchi o il rumorio di scope che strusciano per terra o il brusio di spry spruzzati. Quindi che accidenti era? Ero rigida ed immobile mentre tentavo di razionalizzare. Nel tentativo di categorizzare quel suono, in quel momento, mi ricordo di una conversazione avuta anni prima con qualcuno. Mi parlava delle tecniche che i ladri utilizzano per scassinare le serrature degli appartamenti e, tra le varie citate mi sovviene, che mi racconto’ di questo particolare trucchetto attraverso cui, con una specie di cacciavite dalla punta lunga e sottile infilato nella serratura, con un aggeggino elettrico, i malviventi danno delle piccole scosse per creare vibrazioni e fare in modo che i cilindri interni si smuovano; sino a che la serratura non scatta e la porta, finalmente, si apre. Non avevo di certo mai sentito quel suono ma se avessi dovuto immaginarlo, senza ombra di dubbio, me lo sarei figurato decisamente simile a quello che stavo avvertendo in quel momento. A quel punto ero proprio certa: c’era chiaramente qualcuno fuori dalla mia porta e quel qualcuno, con un certo margine di probabilita’, stava tentando di entrare in casa mia. Quel rumore di scosse era la prova. Altrimenti che altro avrebbe potuto essere? Come altro avrei potuto spiegarmi quel rumore continuo ed insistente? Okey, formulato quel pensiero stavo per entrare decisamente nel panico. Calma e respira. Cerca una soluzione. Fermati e pensa. Cosi’ faccio la mia prima mossa: accendo tutti i dispositivi elettronici della casa: radio, tv, youtube con il video di zumba, inizio a parlare da sola a voce alta (simulando una conversazione con qualcuno e facendo le doppie voci). “Se sente che c’e’ qualcuno in casa, se sente che non sono sola, scoraggiato se ne andra’”, penso. Eppure il ticchettio non cessa. Okey, il ladro e’ tenace ma niente panico. Nel vortice dei pensieri si fa avanti un’amara consapevolezza: e’ il caso di procurarsi un’arma. Un coltello? No…mi dovrei avvicinare troppo. Pergiunta la mia mira e’ pessima, non otterrei nessun effetto nemmeno se cercassi di lanciarglielo addosso. E poi nel timore di fargli realmente male finirei per non usarlo affatto, tanto piu’ che non sopporto la vista del sangue. Ci vuole un altro genere d’arma d’offesa, qualcosa che sembri minaccioso, che mi consenta si stare ad una distanza di sicurezza e che io possa impugnare senza che il mio avversario si tagli.  Poi la vedo, semplicemente perfetta, l’arma migliore che potessi immaginanre: la mazza da scopa. Come un ninja la afferro e la agito facendola roteare con il polso. Okey sembro proprio minacciosa. Sono carica, recettiva e con un’arma che non ho paura di usare. Cosi’ mi metto in agguato dietro la porta, con l’orecchio teso, brandendo il mio “bastone della morte”…ma poi, d’improvviso, tutto cessa. L’adrenalina mi cala, io tiro un sospiro di sollievo e torno al mio caffe’ (ormai freddo). Soddisfatta e convinta di aver sgominato il sedicente ladro con le mie strategie alla “arte della guerra for Dummies”. Avra’ avvertito l’aura del pericolo! Mi dico gonfiando il petto

Pensavo sarebbe finita li’, ma mi sbagliavo. Il giorno dopo, alla stessa ora… il ticchettio riprende. Che siano i ladri di ieri che stanno cercando di riprovarci? A quel punto sono confusa…Ma nel dubbio accendo di nuovo TV, radio e youtube con la makarena e riprendo la mia micidiale arma di difesa-offesa; ma sta volta continuo a bere il mio caffe’ comodamente seduta sul divano ( mentre i gatti ormai avevano gia’ assimilato quel nuovo rumore entro lo spettro dei rumori “no panic” e ronfavano della grossa). Resto in allerta nel tentativo di focalizzarmi sul rumore e cercare di analizzarlo ulteriormente, ma a quel punto non so piu’ che pensare. L’ipotesi ladro ormai stava perdendo credito. Se fosse stato qualcuno che voleva compiere un’effrazione o sarebbe dovuto scappare nonappena avesse avvertito che la casa era vuota o se, fosse stato effettivamente incurante all’idea di entrare in una casa non vuota ,avrebbe cercato piu’ insistenentemente di entrare irrompere gia’ ieri. Che senso avrebbe avuto mollar li’ ieri e tornare alla stessa, identica ora? Che avesse incrociato qualcuno e fosse dovuto scappare d’improvviso? Possibile. Ecco insomma, che fosse un ladro non era un’eventualita’ che potessi scartare quasi del tutto, ma ero quasi convinta che quella ipotesi iniziasse a diventare sempre piu’ improbabile. Poi di nuovo, come il giorno precedente, cosi’ come e’ iniziato, d’improvviso il rumore, cessa.

Terzo giorno, stessa ora. “tick” “tick” “tick”. Okey, non e’ un ladro. Quasi, quasi provo ad aprire la porta per spiare ( purtroppo non ho lo spioncino). Pero’… se e’ una persona poi sembro una pazza se apro la porta e caccio fuori solo la testa. Beh non piu’ pazzo di lui o lei, che diavolo sta facendo?! Ora mi vesto e fingo di andare a buttare la spazzatura. Pero’ non faccio in tempo a mettere le scarpe e cercare qualcosa da buttare che il rumore smette. Cosi’ con una scarpa si’ ed una no… apro rapida la porta per sorprenderlo andarsene ma… trovo il pianerottolo deserto. Nessuno all’orizzonte. Che diamine! Anche oggi non ho capito chi sei, cosa vuoi o cosa stai facendo. Ma domani non mi scappi!

Quarto giorno, si sta avvicinando l’ora X. Questa volta attendo seduta tutta dritta sulla punta del divano, gia’ vestita, con le scarpe ai piedi ed un cartone della pizza sulle ginocchia, la mia spazzatura “crea-occasione”. Appena il rumore iniziera’ mi fiondero’ fuori e lo cogliero’ sul fatto. Ero certa che quel giorno lo avrei preso. Quel giorno avrei capito tutto. Era il momnto della verita’! Passa mezz’ora…ma nulla succede. Nessun ticchettio. Apro la porta di qualche cm per spiare ma non c’e’ nessuno. Allora scoraggiata, levo le scarpe, appoggio il cartone della pizza in un angolo e mi faccio il caffe’. Forse non lo sentiro’ mai piu’. Peccato, ormai ero curiosa. Vabbe’…amen, lo infilero’ nella lista dei misteri irrisolti della mia vita.

Passano diversi giorni e ormai la faccenda del ticchettio sarebbe finita nel dimenticatoio, senonche’ un pomeriggio tornando a casa dal lavoro, mentre percorro la rampa di scale lo sento di nuovo. Eccolo! E’ prorpio lui!!! Quasi non ci credo, non ci speravo piu’! Man mano che mi avvicino alla mia porta d’ingresso il suono si fa sempre piu’ nitido, ho il cuore in gola e sento l’adrenalina che mi circola nelle vene. Pero’ mi ricordo del discorso del ladro scassinatore e del lieve margine di rischio che quella situazione potrebbe comportare…allora vorrei avere il mio bastone della morte con me; cosi’ d’istinto stringo la borsa con il portatile al petto, e’ l’unica arma che ho, meglio un portatile rotto che una proprietaria di portatile morta. Impaziente faccio le scale due alla volta.  Tum, tum (il mio cuore) Tick, tick ( le scossette). Corro incontro al mio destino, tra i Tum e i Tick che diventano sempre piu’ incalzanti. Impavida, agguerrita, pronta a tutto. Questa volta non mi sfuggirai. Con un balzo faccio l’ultimo scalino. Giro l’angolo e…mi mi cascano le braccia….

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…quando mi rendo conto che si trattava proprio di un giallo sul pianerottolo.

Fu cosi’che scoprii che il mio vicino di casa asiatico (preusmo cinese), come hobby, passa dai 5 ai 10 minuti a pomeriggio sul pianerottolo a sventolare una racchetta elettrica in aria nel tentativo di uccidere le zanzare.  Fu cosi’ che il mistero venne svelato e da allora io continuo a vivere (sentendomi stupida) e felice.

{the end}