Storie di Natale {Alternative}

{Rudolph you’ll  go down in history!}

[The real story]

 

[My story]

C’era una volta Rudolph, una delle renne di Babbo Natale. Era una renna davvero particolare perche’ aveva un naso rosso e luminoso che al buio riluceva come una potente lampadina. Proprio per questa sua peculiarita’ il Babbo, dopo averla incrociata per caso durante una delle sue passeggiate in solitaria, aveva deciso di arruolarla nella sua scuderia. Rudolph in testa alla slitta trainata dalle altre 9 renne,  come un faro nella nebbia, da quell’anno avrebbe fatto luce ed indicato loro la strada durante la lunga e faticosa notte di Natale ( e chissa’ che magari sarebbero riusciti a non perdersi, a differenza di quel che  capitava loro ogni SantaKlaus di anno!)

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Quanto a Rudolph, beh… lui avrebbe solo voluto essere una renna come tutte le altre. Non si sentiva speciale. Dietro al suo naso stra-ordinario si nascondeva, in realta’, un’attitudine modesta, di quelle che non hanno inclinazione ad imporsi. Aveva la personalita’ tipica di quelle renne che non  si esprimono a bramiti alti; anzi diciamo che piuttosto Rudolph era proprio uno che aveva la propensione ad entrare in una stanza in punta di zoccoli; un’acqua cheta piu’ che un animale da festa, un gregario piu’ che un leader dalle corna dure.  Era abituato a girare solingo per i boschi della Lapponia. Aveva condotto un’ esistenza da escluso, un po’ borderline a causa del suo naso. Del resto non si era mai sentito in tutto e per tutto un “tipo da branco” (ma cio’ non significa che non sentisse comunque la nostalgia del contatto rennino; e perche’ no, della condivisione; del tipo: “annusiamoci”, “Facciamo la lotta con le corna”, “io mangio la tua cacca tu la mia” e cose che fanno parte della quotidiana routine di una “social” renna ..). All’inizio, spinto da questi desideri, pensava che quella sarebbe stata una buona occasione per riscattarsi, per ricominciare da capo con una nuova e ( non come il suo naso) piu’ luminosa esistenza. Fu con queste premesse che accetto’ di buon grado l’impiego offertogli: piu’ di tutto, sperava che in quella nuova casa avrebbe finalmete potuto trovare gli amici che desiderava da una vita. [ Sommato a benefici come copertura medica, free-accomodation e stipendio garantito tutto l’anno  in cambio di una sola notte di lavoro ( il sogno di ciascuno di noi se non fosse per i pasti only biada)].

Quando Babbo lo porto’ con se nella stalla le altre renne lo accoleso giulive. “Vedi: qui ci sono Comet e Dancer, poi a sinistra Dasher e Prancer, la’ in fondo Vixen e Donder, mentre sulla destra Blitzen e Cupid…Ti troverai bene, vedrai! Ragazze lui e’ Rudolph, quest’anno sta ra’ lui in testa!”. E poi Babbo se ne ando’ (da stolto incurante). [Chi ha inventato l’espressione “finire in pasto ai leoni”, con tutta evidenza, non si era mai ritrovato da solo in una scuderia di renne, altrimenti avrebbe pensato che finire sbranato da un leone non sarebbe dovuto essere poi cosi’ male a confronto. (Almeno il leone ti morsica per fame, non ti mastica e poi sputa via solo per divertimento)]. Infatti, nonappena il vecchio “zoppo di zampa ma tondo de panza” (cosi’ lo chiamavano) lascio’ Rudolph solo, i sorrisetti compiacenti delle renne si tramutarono lesti in ghigni; e da quell’esatto momento,  per puro ludibrio, iniziarono a farsi beffe di lui ogni volta che si presentava loro l’occasione di farlo. Forse era per sadico nonnismo, del resto si sa… e’ divertente scaricare le proprie frustrazioni servendosi dell’ultimo arrivato come di un renno espiatroio, bersaglio e valvola di sfogo per la cattiveria personale e del branco. Poi c’e’ anche da dire che un altro elemento concorse in sfavore di Rudolph: era finito in un ambiente parecchio competitito. Il posto di “guida” era decisamente ambito e quindi il pensiero che quel ruolo, il vecchio, avesse deciso di affidarlo nelle zampe dell’ultimo arrivato, aveva scatenato un sonoro malcontento nelle menti e nelle corna dell’intera scuderia. Del resto, ognuna di lor aveva, in cuor suo sperato di essere l’eletta ( e si era fatta una coda tanta per leccare il culo al Babbo…). Ecco, insomma, capirete che l’invidia (malsana) c’era ed era palpabile.  Con queste premesse iniziarono e proseguirono gli sfotto’ incentrati sull’unica cosa a cui avrebbero potuto appigliarsi: il suo naso rosso luccicate. Cosi’ quando passava le facevano il verso e si inventavano stupide cantilene e umilianti nomignoli per denigrarla.

Poi, un giorno, tutto questo cesso’.

La vigilia di Natale le renne di Babbo Natale, finalmente, smisero una volta per tutte di prendere in giro Rudolph.

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{the end}

 

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{Fuga tra i mattoni rossi}

Abitavo in un paesino di campagna. C’eravamo solo noi, la quiete, altre quattrocentoquarantasette anime e un prete. Nello specifico vivevo al secondo piano di un complesso di due palazzine gemelle dalle facciate intarsiate di mattoni rossi. Li ricordo benissimo quei mattoni perche’ spesso, dal balcone della sala mi ritrovavo a fissare  la facciata dell’altro palazzo, ipnotizzata nel tentativo di individuare una costante logica alla geometria con cui erano stati disposti i mattoni e cosi’ finivo per perdemi nel labirinto della fuga, un tempo bianca, che distanziava un mattone dall’altro. La finestra della mia camera s’apriva su di un piccolo appezzamento di terra di malerba su cui sovente pascolavano pigre ed indolenti delle grasse mucche da latte. Soprattutto nelle giornate estive era bene che quella finestra rimanesse chiusa, sprangata, sigillata…quantomeno come pallido tentativo (illusorio) di cercare di dimenticare il motivo che, ai tempi della compravendita di quell’immobile, spinse quel rivenditore Tecnocasa tutto impettito ed impomatato a farci un “superprezzodifavore” *strizzando l’occhio* (quando non ci disse che nel prezzo era compreso l'”aroma theraphy”). Comunque per qualche tempo fu il punto luce numero tre il mio preferito: la portafinestra della cucina. Da quella postazione la finestra incorniciava un altro piccolo complesso di palazzi dall’intonaco verde. Christian abitava nei palazzi verdi, penso fosse per questo che a quel tempo mi piacevano cosi’ tanto. Lui aveva due occhi giogio-blu, cangianti che sembravano finestre su un mare in tempesta e la spruzzata di lentiggini che aveva sul naso gli conferiva un’aria impertinente e sbarazzina. Quando montava il suo sorriso migliore gli si illuminava il viso e sembrava ancora piu’ biondo. Spesso e volentieri quel sorrisetto si allargava ed esplodeva in una risata che sapeva di chiassoso ed irriverente. La sentivi proprio partire dal fondo della sua gola e ti avvolgeva. Io e Christian ci conoscemmo per la prima volta incontrandoci casualmente sul confine che separava i giardini dei rispettivi condomini. Il cancello che ci separava era basso e sembrava lo avessero realizzato apposta per fartelo scavalcare. Cosi’ ci conoscemmo anche una seconda volta ed una terza, ed una quarta, ed altre incontabili volte. A turno, un giorno scavalcavo io ed andavo a conoscere lui, un altro giorno scavalcava lui e veniva a conoscere me. 

Era un sabato pomeriggio estivo che ricordo come fosse ieri, io ero in giardino ed oziavo nell’erba, affascinata dalla scalata che un paio di formiche stavano tentando di compiere tra le fughe dei mattoni rossi del mio palazzo. Cercavano disperatamente di trascinare altrove un enorme insetto nero. Potevo percepire difficolta’ e sforzo da come tremolavano su quelle microscopiche zampette impegnate a non retrocedere nemmeno d’un passo sotto il peso della fatica. C’era un che di sadico nel mio rimanere la’ ad osservare la spossatezza delle movenze di quelle povere bestiole, dal momento che a me sarebbe bastato un nonulla per mettere quell’insetto esattamente all’imboccatura del loro formicario, se solo avessi voluto. Pensavo che avrei desiderato seguire tutto l’iter di quell’impresa se non fosse che d’improvviso Christian comparve da dietro l’angolo. Basto’ percepire la sua presenza per far volare altrove la mia mente verso questioni della mia misura.  Mi vide tra le grate del cancello e urlo’ un saluto per richiamare la mia attenzione ( ignorando che la mia attenzione fosse gia’ sua). Abbandonati i pensieri di mattoni, formiche e fughe scavalcai il cancello poiche’ quel giorno era il mio turno; ma non feci in tempo a sentire il contatto dell’erba morbida sotto i piedi che Christian, mentre ero ancora a mezz’aria, mi afferro’ per un braccio trascinandomi altrove.  ” Vieni, vieni ho una sopresa per te!”. Il suo tono entusiasta trovo’ spiegazione quando arrivammo sul giardino che dava sul retro del suo palazzo verde.  Mi dimenticai dell’arto indolenzito quando vidi che aveva disposto delle piccole margherite bianche a formare un cerchio sul prato. Ci sedemmo al centro di quella ghirlanda e là, in quel momento, mi regalò un anello.. Un anello di fidanzamento. Si trattava di un oggetto meraviglioso: una montatura semplice, su cui una enorme gemma si ergeva, fiera, eretta, preziosamente incastonata al centro. Io senza pensarci due volte, lo accettai entusiata e, quel giorno, non smisi un secondo di sorridergli.

Può sembrare una storia a lietofine ma, in effetti, non lo è (o quantomeno non del tutto).

Accadde, infatti, che a causa dei nostri nuovi impegni, con il tempo, ci scordammo persino di essere “fidanzati ufficialmente”. Io iniziai a dedicarmi anima e corpo ad una nuova attivita’. Il “club dell’elastico” si adattava meglio alle mie necessità di femmina  attiva ed emancipata. Lui, dal canto suo, decise di consacrarsi al calcio…Ma comunque credo che la nostra storia inizio’ a naufragare il giorno stesso in cui mi fece la proposta. Quando lui, tra le margherite, mi porse la confezione con l’anello, io lo ringraziai raggainte, lo scartai ed un istante dopo stavo gia’ frantumando la gemma dura sotto i denti con la foga di una vikinga. Io con appagato entusiasmo, lui… basito. Penso.. quel giorno di avere involontariamente infranto, con i miei incisivi, i suoi sogni (e le sue aspettative sulle donne…). 

Avevamo 6 anni e alla fine non ci sposammo più, ma continuammo a vivere abbastanza felici e contenti.

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{Scusami Christian, forse non ero della giusta misura per fuggire con te tra i mattoni rossi…}

 

I fagioli di Matusalemme: un racconto deprimente e dalle conclusioni banali

All’ipocondriaca P.

Un giorno. Un giorno apparentemente uguale a tutti gli altri giorni ho realizzato che sarei morta (io lo avevo detto che era deprimente…comunque dicevo..? ah sì! dicevo…) …ho capito che sarei morta. Non che non lo sapessi prima di allora…piuttosto non lo avevo davvero CAPITO. Del resto c’e’ una bella differenza tra “sapere” e “capire”. Per fortuna poi ho iniziato a pensare ai pappagalli, a Matusalemme e ai fagioli…e da allora mi sono sentita meglio! Comunque partiamo da dove piace a me: dall’inizio.

Devo dire che, in generale, sono sempre stata piuttosto precoce nell’assimilare tutti quei contenuti dell’umano scibile che potessero essermi antagonisti o, in alternativa, che potessero rivelarsi anche solo totalmente inutili (quando, ad esempio, nozioni piu’ vantaggiose per la vita pratica quali: il saper fare a mente le divisioni a due cifre o alcuni passaggi della tabellina del 7 restano ancora oggi per me ambiti dello scibile totalmente oscuri da cui mi sento esclusa).
Il concetto di “morte” lo avevo acquisito (probabilmente) con un certo margine di chiarezza a 5 anni, dopo aver visto ne “Il re Leone” Mufasa cadere giu’ da una rupe senza piu’ svegliarsi (un trauma comune ad intere generazioni). Inoltre, mentre le mie coetanee pensavano ai colori degli unicorni io ero piu’ attratta dal concetto di “caducita’” e mi domandavo se gli unicorni, invecchiando, perdessero il crine e se (e con che risultato) potessero farsi il riporto come Danny De Vito ( ah s’ero sciocca! Non mi rendevo conto che gli unicorni sono immortali e che Danny sarebbe superbo anche con la sola pelata!). Avevo capito che c’era qualcosa di imparagonabilmente piu’ irrimediabile di un gelato che ti casca in pieno sul vestito nuovo della domenica, del precipitare di faccia sull’asfalto estivo e persino peggiore di tutte le altre cose terribili di cui avevo fatto esperienza sino a quel momento della mia vita da cinquenne, perche’ si trattava di qualcosa che non si puo’ arrestare. Chiusi, pero’, il cerchio facendo definitivamente chiarezza sulla cosa quando ebbi il mio primo assaggio di realta’. Un giorno accadde che i miei genitori cercarono di convincermi che il mio Cocorito verde (a quanto pare pappagallesca versione di Arsenio Lupin o reincarnazione del mago Houdini) fosse riuscito ad evadere da una gabbia chiusa, ad aprire la finestra della sala e a volare via nel “libero mondo dei pappagalli” senza piu’ tornare. Passato qualche giorno da quella presunta (miracolosa) evasione, una sera a tavola, interpretando il mio essere (insolitamente) taciturna come un residuo di sofferenza dovuto alla scomparsa dell’amato pennuto, mi dissero: “Dai, chissa’, forse un giorno tornera’ a farci un saluto con tutta la sua nuova famiglia!”. Ovviamente, data l’illogica natura delle loro affermazioni (“Ma quale nuova famiglia?? Cocorito era troppo felice con me!) non potei che pensare che, forse, si stavano raccontando una versione distorta della verità giacche’ “Non potevano accettare l’idea che Cocorito, non sarebbe mai piu’ tornato”. Per me L’unica motivazione plausibile per la sua comparsa doveva essere che, cosi’ come Mufasa prima di lui, anche Cocorito non sarebbe più tornato perchè era ormai morto ( dopo essere stato catturato da una gang di feroci piccioni assassini, era iniziata una lite per primeggiare sul controllo del territorio e a nulla erano valse le affermazioni di resa di Cocorito “io passavo soltanto, non tornerò mai più ma lasciatemi tornare a casa”.

fSenza pietà lo avevano fatto fuori quei maledetti piccioni assassini! Questa era la più accreditata tra le mie teorie). Avevo maturato questa consapevolezza e nessuno me la avrebbe levata. D’altro canto, poiche’ la fantasticheria elaborata dai miei genitori pareva renderli assai felici, decisi che li avrei assecondati. Cosi’ disegnai su di un cartoncino il “regno dei pappagalli verdi”. Per trasmettere piu’ (fint)allegria possibile vomitai sul foglio tutti i colori che avevo nella mia scatola di matite e raffigurai un regno ubicato tra gli alberi ( in realtà strambe piante chiaramente Ogm perchè ogni singolo esemplare produceva contemporaneamente papaveri, girasoli margherite ma anche frutta, verdure assortite e caramelle gommose). Appollaiata sui rami si stendeva una corte di pappagalli di tutti i colori e dimensioni. (E i pappagalli possedevano ognuno un animale domestico in miniatura. Probabilmente li facevano arrivare direttamente dalla cina) Al centro del disegno, con le zampe appoggiate su una pannocchia multicolor (chiaramente prodotta dallo stesso agricoltore che aveva piantato gli alberi) primeggiava regalmente su di un trono di semi di girasole Cocorito, che era diventato loro magnanimo Re. Terminato il mio capolavoro lo diedi a mia madre dicendole che Cocorito non poteva piu’ tornar a casa perche’ come si poteva evincere dal mio disegno era ” chiaramente troppo impegnato con tutte le faccende del regno”. Lei sembro’ soddisfatta ed io ero convinta, seppur nella consapevolezza di averla tratta in inganno, di averle quantomeno tirato su il morale. Da quel momento non parlammo mai piu’ della scomparsa di Cocorito. Fu come se avessimo stabilito il tacito accordo di chiuderci ognuno nella propria consapevole bugia. E trovammo la serenità perduta (…che durò sino all'”evasione”del criceto… ) {mi domando dove diavolo andassero a reperirli tutti questi animali laureati in escapologia…}

Allora Sapevo, ma non avevo capito. Sapevo che questo e’ il destino dei viventi: “Ogni cosa che e’ viva prima o poi muore. Questa cosa e’ viva, questa cosa prima o poi muore”. Il passaggio logico mi era piu’ che chiaro. Il punto e’ che arriva quel giorno. Un giorno apparentemente uguale a tutti gli altri giorni in cui prendi reale consapevolezza di cosa sia “Morte”. E quel giorno e’ quando passi dal ” SI muore perche’ si e’ vivi” ad ” IO moriro’ perche’ sono viva”. E questa e’ una bella botta. Perche’ non puoi sfuggire alla stringente logica di una cosa del genere. Prima di allora per me era come se Morte fosse stata qualcosa che c’era (certo) ma unicamente come concetto astratto. Un qualcosa che non mi apparteneva del tutto. Prima di allora mi sentivo “immortale”. E’ un po’ come se io avessi vissuto sino a quel momento con uno strano sasso sullo scaffale della mia camera. Come se Sino ad allora avessi visto quel sasso appoggiato la’ senza mai pensare di poterci guardare dentro perche’ “ e’ solo un sasso”; ed avessi, invece, scoperto all’improvviso che quello era in realta’ un uovo. Un uovo che un bel giorno si e’ schiuso e da cui è uscito fuori un mostro che mi si e’ incollato addosso rischiando, lì per lì, di soffocarmi. Morte ti e’ estranea sino a che il tuo uovo non si schiude. Ma il giorno in cui la senti la prima volta resti impietrito. A me, da quando il mio uovo si e’ schiuso, quando capita che questa idea mi salti in groppa ( perchè talvolta capita) succede di sentirmi assalita come da vertigini. La sensazione e’ un po’ come quando in un film inquadrano il protagonista, la colonna sonora si arresta e il regista dice al macchinista di allontanare velocemente la presa. Cosi’ senti questo effetto “caduta all’indietro” in cui si passa da un primo piano in cui puoi vedere persino i peli del naso dell’attore, ad un fuori campo rapidissimo in cui il personaggio, man mano che la cinepresa si distanzia, diventa sempre piu’ piccino, sino a raggiungere le dimensioni di un puntino. E tu non puoi fare altro che sentirti microscopico, impotente ed inutile con lui. Ed e’ atroce perche’ pensi che non c’e’ arma, non c’e’ pieta’, non ha eta’ ne’ meritocrazia. Se deve arrivare arriva e non c’e’ nulla che tu possa fare. Nulla. Solitamente si dice che: un problema o ha soluzione e non e’ un problema; o non ha soluzione e problema non lo e’ mai stato. Ma considerare un non-problema la non esistenza solo perche’ ad essa non vi e’ soluzione non riduce l’impatto emotivo che il pensiero dell’annullamento causa.. Diventeremo tutti cibo per vermi e questa e’ la cruda realta’. Ma il piu’ delle volte non ci e’ dato sapere che tipo di alimenti siamo, se deperibili sul breve termine o se siamo delle specie di lattine di fagioli in salamoia dall’ aspettativa di vita di Matusalemme… Perche’ quando il tuo uovo si schiude a quel punto hai due alternative: vivere per la morte o vivere per la vita. Puoi sentire il suo peso sulle spalle e vivere paralizzato o puoi andarci a braccetto. Del resto “sino a che ci sei tu, non c’e’ lei e quando c’e’ lei, non ci sei tu” disse Epicuro. E sino a che tu ci sei… Serviti della consapevolezza di possedere una data di scadenza come propulsore alla vita e non come freno. Consuma questa vita e consumati. (È peccato che il cibo scada senza che si consumi). Non puoi puoi scegliere che cibo sei ma puoi scegliere come conservarti e come consumarti. E se, comunque, non riesci ad accettare tutto questo: illuditi. Illuditi nella speranza di poter essere una lattina di fagioli di Matusalemme, illuditi di quel che vuoi ma consumati!

{Del resto ha davvero tutta questa importanza che il regno dei pappagalli sia vero?}